Movimenti del Chrislam

Cosa sono i “Movimenti” nella missiologia?

Una metodologia che presuppone possa aiutare l’avanzamento del regno di Do  fra i musulmani.

I Movimenti e i Problemi Ermeneutici

Persi nella traduzione: i Movimenti e l’interpretazione biblica     Bill Nikides

Il popolo del Libro.

Siamo tutti privilegiati e perplessi di vivere in tempi stimolanti. Quanto è già cambiato nei mie cinquanta anni! Quando sono venuto a Cristo nel 1973, l’unico terreno sotto i piedi dal quale non mi aspettavo cambiamenti era la mia presa col Signore. Avevo cercato a lungo e sopportato delusioni e disillusioni per la via, ma ora potevo riposare con Gesù. Per la prima volta sapevo in che consistesse realmente il mondo. Che sciocco. Come molti di voi, allora ero inquieto e perduto. Necessitavo lo shalom che Dio solo può dare, in Cristo.

Non sapevo che stavo entrando nel regno di Dio in mezzo a una rivoluzione. Quanto è cambiato in termini di come capiamo noi stessi, Dio e la sua opera nel mondo! Tanto si è rivelato entusiasmante e arricchente per l’anima. Il Signore è vivente e decisamente in azione. Sono molto riconoscente per la crescita esponenziale nella chiesa dei Paesi non occidentali, spesso fin nelle roccaforti dei nemici del Vangelo. C’è shalom per alcuni, ma anche una cacofonia di voci, tutte militanti per ministeri inediti, direzioni nuove e idee innovative, ad attizzare il fuoco dell’evangelismo e la crescita del regno. Non c’è niente di nuovo perché lo abbiamo già osservato all’inizio dell’era evangelica.

Parte di questa attività caotica è un segno alquanto positivo dell’amore di Dio, poiché significa che è in azione in modi e direzioni svariate, ma a volte – e penso questa lo sia – ci sono problemi seri che non scaturiscono semplicemente dalla sua grazia incommensurabile che assale la nostra comprensione limitata. Questa volta ritengo che abbiamo preso la sua provvisione meravigliosa e inoculato, con le migliori intenzioni e pieni di fede, idee che non sono degne di lui. Prestiamo ascolto a Dio con la massima attenzione e a volte capiamo male. Siccome il nostro zelo è autentico e la nostra fede ardente, non gradiamo ammetterlo.

Sto seguendo un corso in “riconciliazione”. È alquanto tempestivo. La settimana scorsa abbiamo affrontato la necessità primaria che i cristiani confessino i propri peccati ed errori. Fin qui tutto bene, ma la difficoltà sta nei dettagli. Riconosciamo di essere mancanti in generale, ma quando arriviamo agli aspetti specifici, la confessione ci elude. Siamo talmente convinti di quanto abbiamo visto e gustato, che non possiamo considerarci in errore circa questa o quell’idea, o ministero specifico. È comprensibile: abbiamo investito tutto noi stessi nei nostri ministeri, per cui le idee valide, quanto quelle erronee, ci restano appiccicate.

Malgrado noi peccatori siamo erranti, il Signore ci ha fornito uno standard irriducibile, un filo a piombo che supera il nostro pregiudizio: la Parola di Dio, perfetta, completa e infallibile. Ovviamente la maneggiamo. Vi applichiamo strati, commenti, aggiunte, a tutti gli effetti per spiegarla meglio, ma spesso per piegarla alle nostre volontà. Nonostante tutti i nostri sforzi di farle asserire ciò che vogliamo, torna sempre alla funzione originaria stabilita da Dio. In definitiva, nessuno può distruggere la sua Parola, anche se ritengo che possiamo riuscire a celarne o oscurarne il significato nei nostri sforzi di renderla più utile. È parte di ciò che i Riformatori definivano la “perspicuità” della Scrittura. Significa che è sufficientemente piana e chiara da essere compresa persino dalla persona più semplice (agli occhi del Signore, la distanza fra il più semplice e il più perspicace è minima), e implica inoltre che, a dispetto di quanto manomettiamo il suo significato autentico, le intenzioni di Dio sopravvivono e tornano alla ribalta. Detto altrimenti, per quanto ci sforziamo di farle asserire ciò che vogliamo, la verità delle sue parole sopravvive e trionfa nel popolo visibile del Signore, la chiesa. Persino quando la sotterriamo, trova il modo di risalire alla luce.

Scopo di questo capitolo è considerare una delle idee più entusiasmante e dibattuta nel ministero: i Movimenti. Una carrellata delle pubblicazioni, popolari o accademiche, analitiche o aneddotiche, rivela disaccordo, non tanto circa questioni periferiche, ma riguardo ai fondamenti di ciò che crediamo e come lo esprimiamo. Si dà voce a tutti: parlano gli esperti, i testimoni, gli osservatori esterni, i partecipanti e, come argomenterò, le vittime. Come affrontare il tema? Suggerisco che il modo migliore sia di avere la Bibbia a portata di mano. Come cristiano, seguace di Gesù, ritengo che la chiave di sopravvivenza dei Movimenti non sia in quattro Scritture, una delle quali è l’Injil, bensì nell’unico ed esclusivo testo autorevole, la Bibbia. Tutto regge su di essa, oppure crolla.

Torniamo così al punto di partenza. Chiunque sia coinvolto nel dibattito si avvalora nella Parola. Ciò nonostante, penso che l’auspicio migliore risieda nell’esaminare con cura e in dettaglio i fondamenti scritturali dei promotori. Quali passi usano? Come li usano? Quali passi omettono? Nel considerare tutte le sfaccettature, ritengo conosceremo meglio il loro pensiero e relative motivazioni. Nel presentare le nostre osservazioni e la critica, si esporranno anche i nostri presupposti e pregiudizi. Vorrei essere molto chiaro prima di avviare l’analisi: ritengo con convinzione che i Movimenti rappresentino un’iniziativa fondamentalmente difettosa, basata su una comprensione fatalmente carente della Scrittura. Detto ciò, non assurgo a una collocazione di privilegio o potere. So di potermi sbagliare o essere ingannato come chiunque altro, e le mie idee dovrebbero essere vagliate come le loro. Mi propongo semplicemente di considerare uno spettro ampio di letteratura dei Movimenti per cogliere i giustificativi scritturali. Riuscirvi non è compito agevole e ci impone di prendere in esame molti fattori. Alcuni sono piuttosto lineari, mentre altri più rischiosi e da osservare con esitazione. Circa quest’ultimi, il riferimento è alle possibili fonti ermeneutiche di quell’autore, vale a dire le lenti attraverso le quali interpreta la Scrittura. Poiché non sono rivelate direttamente nei loro scritti, non possiamo asserirle se non riflessivamente e in modo indicativo.

Un ultimo punto preliminare. Nell’uso che i Movimenti fanno della Scrittura, osservo due questioni di fondo. La prima è la loro interpretazione della Bibbia come fondamento centrale per la loro metodologia; la seconda è il modo in cui trattano la Bibbia nella traduzione. Delle due, ci concentreremo solo sulla prima.

Quanto è solido il fondamento?

Quali passi e quale interpretazione usano i promotori dei Movimenti per spiegare e giustificare il loro orientamento? La maggior parte di quanti sono impegnati in prima linea e guardano con favore ai Movimenti – si tratti di persone del luogo che professano Cristo, missionari o insegnanti – non forniscono una documentazione verificabile che spieghi come giustifichino il loro ministero dalla Scrittura. Dobbiamo affidarci agli scritti disponibili dai missiologi, i ricercatori, i direttori di missioni, gli insegnati e così via. Per la stesura di questo capitolo, ho letto tutto ciò che mi è capitato a tiro. Nel documento per iscritto, ho aggiunto un elenco delle fonti consultate. Le uniche eccezioni sono le osservazioni maturate dalle interviste a decine di aderenti, realizzate direttamente in due continenti. Mi rammarico di non avere spazio sufficiente per affrontare ogni passo citato. Alcuni li analizzo in dettaglio in altri articoli.

Osservo anzitutto come la stragrande maggioranza di passi biblici citati siano di genere narrativo. In un senso, non dovrebbe sorprendere. Quasi il 40% della Bibbia è narrazione. Ciò implica il fatto di prestare molta attenzione quando cerchiamo di derivare la dottrina o la pratica dalla narrativa, in quanto gli insegnamenti, se presenti, di solito non sono enunciati in modo inequivocabile (mi dilungherò al riguardo più in avanti). (1) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Kevin Higgins mi ha fatto giustamente notare che la narrazione può in effetti essere una fonte di insegnamento. Si veda: “Speaking the Truth About Insider Movements” SFM 5(6). La mia perplessità nel sottolineare una dipendenza così forte dalla narrativa è che rende l’interpretazione degli insegnamenti molto più labile e meno affidabile quando non si accompagni con passi didattici più espliciti. Accetto comunque il suo appunto. >> In secondo luogo, gli autori dei movimenti appaiono alquanto selettivi nell’uso delle narrazioni. Alcune si stagliano per la frequenza delle citazioni. Terzo, la scelta dei passi sembra basarsi su quanto efficacemente la narrazione illustri la presenza dei Movimenti, o quantomeno di un pensiero ad essi favorevole. Da ultimo, si nota uno sforzo considerevole da parte dei promotori non solo di giustificarli biblicamente, ma anche di collocarli all’interno della Bibbia stessa. Ciò merita attenzione. Un conto è avvalorare biblicamente qualcosa che si desideri attuare qui e ora; altra cosa è anche localizzarlo testualmente nell’epoca biblica.

Kevin Higgins cita il caso del profeta pagano Balaam in relazione con Yhwh. Pur praticando la divinazione come un pagano, comunicava direttamente con Yhwh. Higgins ne deduce una relazione. (2) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Kevin Higgins, “Inside What? Church, Culture, Religion and Insider Movements in Biblical Perspective” SFM 5(4). Il riferimento è a Numeri 22-24. >> 2 R 5:19 è un esempio scritturale ricorrente fra i promotori dei Movimenti, che dimostrerebbe l’approvazione divina di quanti vivono, come credenti, nelle proprie famiglie, culture e religioni. Higgins scrive: “Ecco un esempio di un seguace di un’altra religione che diventa un credente nel Dio vero, eppure continua ad adorarlo all’interno della vita e pratiche religiose della sua confessione precedente. Non si tratta solo di una descrizione, poiché il passo include la benedizione inequivocabile del profeta su tale pratica. Troviamo qui almeno un caso in cui Dio benedice il “restare dentro”. (3) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Kevin Higgins, “The Key to Insider Movements: The Devoted of Acts” IJFM 21(4):158. >>

Alcune delle credenze e comportamenti di Naaman si modificano, mentre altre restano immutate. Al livello di appartenenza, dà l’impressione di aver continuato come prima. Ciò dovrebbe sensibilizzarci alla possibilità che, in alcune circostanze, la nostra reazione più ponderata possa essere quella di 2 R 5:19: “Va in pace”. (4) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “Inside What?” 85. >>

Higgins mette in contrasto anche l’incredulità del profeta ebreo Giona con la fede dei marinai pagani che lo gettano a mare. Caratterizza il fatto che, in preda al terrore, pregano Yhwh, come se fossero “in relazione con Yhwh”. (5) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “Inside What?” 85. >>

Venendo ai Vangeli, Higgins ci porta a Giovanni 4, per non parlare delle citazioni numerose dei Samaritani. “Dopo la loro conversione, riportata in Giovanni 4, adorano in spirito e verità, ma lo fanno in Samaria (già loro luogo di culto), proprio come Gesù adora il Padre in spirito e verità a Gerusalemme, nel Tempio”. (6) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “The Key” 159. >> In un altro articolo, ritorna su questo episodio e lo lega ancor più ai Movimenti e i musulmani. Che questa vicenda sia un esempio dei Movimenti si evince anche da una seconda caratteristica del passo. Gesù trascorre due giorni nel villaggio, dopo di che i Samaritani affermano di crederlo come Salvatore del mondo. Gesù se ne va; che si lascia alle spalle? Un gruppo di credenti. (7) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “The Key” 159. >>

Nell’ambito del Nuovo Testamento, i riferimenti sono per lo più al libro degli Atti, e tre sono i passi cui si dedica maggiore attenzione: Pietro e Cornelio (At 10-11); il concilio di Gerusalemme (At 15); Paolo ad Atene (At 17). Di tutti i promotori dei Movimenti, Higgins è quello che più si dilunga su questi episodi.

I promotori vedono il concilio di Gerusalemme come un modello di contestualizzazione, dedito fondamentalmente agli aspetti di identità e pratica. (8) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Matthew H. Lumpkin, “The Call of Christ and Religious Identity: A Theology of Religions Analysis of C5 Insider Movements” Fuller Theological Seminary, www.scribd.com. Qui Lumpkin fa riferimento all’approccio adottato da Kevin Higgins. >> Di conseguenza, la decisione di sollevare i credenti Gentili dal fardello della circoncisione equivale ad affrancarli dal peso del retaggio culturale giudaico. Come i musulmani “messianici”, i seguaci Giudei di Gesù potevano conservare la maggior parte delle forme giudaiche esteriori. (9) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << John Travis, “Messianic Muslim Followers of Isa: A Closer Look at C5 Believers and Congregations” IJFM 17.(1):54. >> Ciò, a sua volta, si estende come regola universale, o quantomeno un insieme di principi che dovrebbe essere seguito quando l’insegnamento cristiano valica le frontiere etnico-culturali. (10) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Timothy Wiarda, “The Jerusalem Council and the Theological Task” JETS 46(2): 233. >> “I principi dibattuti al concilio di Gerusalemme … sono applicabili oggi come allora – i convertiti possono seguire Cristo senza abbandonare la propria cultura per un’altra”. (11) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Wiarda, “Jerusalem” 234. >> Ciò implica che la circoncisione e la Legge di Mosè affrontino primariamente questioni di cultura giudaica. Charles Kraft asserisce: “Quando i giudaizzanti insistevano che i Gentili necessitassero la circoncisione, stavano in effetti esigendo che si sottomettessero a una ‘conversione culturale’”. (12) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Charles H. Kraft, “Christianity in Culture: A Study in Dynamic Biblical Theologizing in Cross-Cultural Perspective” (340–41). Citato in Wiarda, “Jerusalem” 234. >>

John Ridgway propone una lettura singolare degli atti a margine del concilio. A suo parere, dimostra come ogni comunità religiosa sia suscettibile di sincretismo. Fa riferimento all’imposizione di quelle che reputa proibizioni levitiche sul sangue, quindi le equipara al sincretismo occidentale, come le chiese che ricorrono a metodi di marketing. Il punto, che lui ritiene essere anche quello di Luca, è chiaro: ogni religione è sincretistica e non c’è motivo di imporre o scambiare una marca di sincretismo per un’altra. Conta che lavoriamo come sale e luce dove ci troviamo, all’interno della nostra comunità. (13) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Basil Grafas, “Evaluation of Scriptural Support for Insider Movements: Critique of John Ridgway: The Movement of the Gospel in New Testament Times With Special Reference to Insider Movements” SFM 4(2). >>

Per quanto riguarda Paolo all’Aeropago (At 17), Higgins si lancia nella propria spiegazione rassicurandoci di essere conscio che l’apostolo è a disagio con la visione del mondo religiosa degli Ateniesi. La sua spiegazione è interessante: “La contestualizzazione … non implica che il missionario o responsabile del Movimento parta dal presupposto che tutto in una cultura sia gradito a Dio. Atti 17 ci impone di confrontarci con la questione del peccato e l’ottenebrazione in altre religioni e culture, compresa la nostra”. (14) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “The Key” 160. >> Higgins però considera le azioni di Paolo come un’affermazione both of the Athenians􀀂 religiosityATTENZIONE C’E’ ERRORE NELL’ORIGINALE. PRESO NOTA DA NIKIDES Nota che la loro fede è imperfetta, ma dà una connotazione positiva alla loro comprensione: “Atti 17 descrive il disegno sovrano di Dio dei tempi e luoghi di nascita degli esseri umani. L’intenzione retrostante di Dio è che gli uomini e le donne lo cerchino e lo trovino (17:27)”. (15) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “Inside What?” 86. >> Higgins conclude: “Ciò implica che le persone in altre religioni possono relazionarsi al Dio vero”. A suo parere, l’insegnamento di Paolo indica la sua convinzione che Dio avesse effettivamente pianificato i luoghi, i tempi e persino le culture dei popoli, affinché potessero cercare Dio e trovarlo. C’era un disegno intenzionale da parte del Signore … Dovremmo dedurne che la mano di Dio stesso fosse coinvolta nella realizzazione di quell’altare, e ciò affinché cercassero, indagassero e un giorno lo trovassero. (16) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “The Key” 161. >> Higgins dà l’impressione di giustificare il ritrovamento di tali verità nel Corano, notando che: “ … malgrado Paolo non citi mai direttamente la Scrittura, enuncia la verità biblica usando [poeti] e autori pagani a sostegno delle dottrine bibliche che proclama”. (17) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “The Key” 161. Il termine fra parentesi quadre è mio. >> È convinto che c’è verità da Dio nell’Islam e la cultura musulmana; è quanto dimostrato da Atti 17. (18) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “The Key” 161. >> Non sta sostenendo che il paganesimo poteva salvare gli adepti, né può farlo l’Islam; crede però che Cristo può edificare sulle verità presenti in altre religioni e trasformare le persone senza rimuoverle da questi sistemi di fede. (19) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “Inside What?” >> Dobbiamo tenere a mente che Higgins basa le proprie opinioni su questi passi scritturali specifici. Lo stesso vale per Bernard Dutch. A suo dire, Paolo costruisce un ponte per il Vangelo “con quanto si poteva redimere del paganesimo ateniese”. (20) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Bernard Dutch, “Should Muslims Become Christians?” IJFM 17(1): 17. >>

Stando a molti aderenti ai Movimenti, la questione da rimarcare in ogni passo degli Atti sembra essere culturale. Rebecca Lewis si ricollega a una descrizione dei Samaritani nel Vangelo di Giovanni: “In Atti vediamo che i credenti Samaritani rimasero nelle proprie comunità e conservarono l’identità samaritana (At 8:14-17), ma inizialmente come i discepoli non compresero che potevano restare Giudei e seguire Gesù, così potevano farlo i Samaritani”. (21) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Rebecca Lewis, “Insider Movements: Honoring God-Given Identity and Community” IJFM 26(1): 17. >> Come mai? Perché, fa notare: “Il Vangelo non è percepito come una minaccia alla comunità, e un Movimento cresce nella misura in cui il Vangelo fluisce nelle reti relazionali di vicinato. Poiché i credenti restano nelle proprie famiglie e reti sociali, i Movimenti onorano la comunità data da Dio”. (22) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Lewis, “Insider Movement” 17. >> Bernard Dutch accusa i protestanti odierni di aver dimenticato le lezioni apprese a Gerusalemme: “A distanza di duemila anni e dopo che l’ethos protestante ha privilegiato la teologia alla comunità, è facile riflettere solo in termini teologici e tralasciare del tutto le questioni rilevanti di identità comunitaria affrontata nella decisione del concilio di Gerusalemme”. (23) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Dutch, “Should Muslims” 18. >>

Ci chiediamo: è accaduto proprio questo? La teologia ha preso il sopravvento sulla Scrittura? Non abbiamo colto l’indicazione del concilio [di Gerusalemme]?”. Ci ritorneremo più avanti.

Stanno scavando nel luogo sbagliato (Predatori dell’Arca Perduta).

Che dedurre da quanto esposto in precedenza? I promotori dei Movimenti hanno dimostrato la loro argomentazione? È vero che nella Bibbia troviamo i Movimenti? A mio avviso, non ne hanno dimostrato la presenza né sono riusciti a giustificare biblicamente la pratica odierna.

Consideriamo anzitutto la Scrittura, e in particolare il genere narrativo, alla luce delle pratiche di interpretazione dei passi biblici accettate comunemente. Torneremo poi in modo succinto su alcuni dei passi già citati e presenteremo delle interpretazioni alternative. Vediamo se riusciamo a capire come mai le due versioni differiscano così tanto. In altri termini, quali sono i fondamenti delle letture differenti? Purtroppo non possiamo analizzare in profondità ogni passo citato da alcuni promotori dei Movimenti o fornire una trattazione esaustiva della loro esposizione. Possiamo comunque sottolineare i passi chiave, concentrarci sulla misura di validità delle loro esposizioni e confrontare i loro risultati con le pratiche di interpretazione biblica più comunemente accettate.

Ovviamente ciò non significa che manchino gli esperti da ambo i lati e non può garantire che questi abbiano ragione. Vorrei semplicemente che ci ricollegassimo alle pratiche accettate di norma e adottate da credenti evangelici di tradizione diversa. Tali pratiche contengono anche avvertenze circa gli schemi interpretativi da evitare. Don Carson, ad esempio, ci mette in guardia a proposito di “”. (24) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << D.A. Carson, Fallacie Esegetiche, GBU CITAZIONE DA RICERCARE NELLA TRADUZIONE ITALIANA >> Detto altrimenti, non usare solo i versetti o i passi che avvalorano quel punto, ma considerare tutti i passi che esistono al riguardo; analogamente, non usare il passo in modo diverso dall’intenzione originaria, perché si colloca in un contesto che segue la trama redentiva di tutta la Bibbia. Come riuscirvi? Considerando il quadro d’insieme e cogliendo il modo in cui il passo vi si inserisce. Se invece si tenta di convogliare un rivolo scritturale per farlo fluire a monte, la direzione intrapresa è quella errata. C’è poi quella che Carson definisce: “DA RICERCARE”, che avviene quando, in modo inappropriato, si permette alla propria esperienza di distorcere il senso del passo antico. (25) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << DA RICERCARE >> Prendiamo la parallelomania concettuale: che accade quando un esperto in un determinato campo come la psicologia, la sociologia, ecc., esamina i passi e ritiene di possedere una lettura migliore della Scrittura, basata sulla propria professionalità? “DA RICERCARE”. (26) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << DA RICERCARE >> Avendolo fatto di tanto in tanto, prendo nota del suo appunto.

Graeme Goldsworthy indica un problema che ci dovrebbe rendere tutti cauti. Lo chiama “pragmatismo evangelico”, vale a dire prendere “verità buone e importanti” e permettere che sovrastino “le verità centrali degli eventi storici del Vangelo”. Ciò accade quando, come norma ermeneutica, l’esperienza di vita di un credente soppianta l’opera compiuta di Gesù. Il risultato è che quando sperimentiamo il successo, ne deduciamo che stiamo agendo biblicamente. (27) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Graeme Goldsworthy (2006). Gospel-Centered Hermeneutics: Foundations of Evangelical Biblical Interpretation (179). Downers Grove, IL: InterVarsity Academic. >> T. Norton Sterrett ci mette in guardia dal formulare dottrine per inferenza. Prima di enunciare la dottrina, assicuratevi di possedere un ammontare considerevole di istruzione chiara, anziché passi opachi o vicende su cui siete incerti circa il punto di fondo; accompagnate tutto ciò con un sano scetticismo riguardo alla vostra speculazione. (28) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << T. Norton Sterrett (1974). How to Understand Your Bible (151-55). Downers Grove, IL: InterVarsity. >> Fee e Stuart forniscono suggerimenti su come affrontare le narrazioni. Fanno notare che le narrazioni veterotestamentarie di solito non insegnano la dottrina, ma sono tipicamente delle illustrazioni di dottrine insegnate altrove. Quando si cerca la dottrina nella vicenda in sé, stanno, per dirla alla Indiana Jones, “scavando nel luogo sbagliato”. Se ritenete che la vicenda stia indicando una dottrina, non fondatela lì, ma su un terreno più solido. (29) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Gordon D. Fee and Douglas Stuart (1982). How to Read the Bible For All It’s Worth (78). Grand Rapids, MI: Zondervan. >> Siate cauti nel vostro approccio. Cogliete bene il contesto della vicenda, ma assicuratevi di cominciare da essa, e non da elementi esterni, al fine di comprenderla. Cominciate dal contesto immediato. Dennis Bratcher avverte: “Le azioni dei personaggi biblici non ci presentano direttamente norme di comportamento odierno, malgrado possano illustrare le conseguenze di un comportamento specifico. (30) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Dennis Bratcher, “Guidelines for Interpreting Biblical Narrative” The Voice (2010). >> Fatta eccezione per Gesù, reputo saggia tale osservazione. Come ultima cautela, prendo le parole di Gerald Bray: “Nella chiesa primitiva c’erano molti che tentavano di usare la Bibbia per i propri scopi e la contestualizzavano nella cultura dei loro giorni. Oggi questo tipo di persone si classifica come ‘gnostici’”. Bray prosegue esortando i lettori della Parola a prestare attenzione a quanto il passo affermi realmente, cercando di coglierlo bene nei termini in cui gli autori originali, gli ascoltatori e i lettori lo comprendevano. (31) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Gerald Bray, “The Challenge and Promise of Biblical Interpretation Today” The Jordanstown Lectures, www.latimertrust.org (2007). >>

Prendiamo Balaam e Balac in Numeri 22-24. Balac è figlio di Sippor, re di Moab. Impressionato dall’arrivo dei figli d’Israele nel suo territorio, ordina a Balaam di maledirli. Contrariamente a tale disegno, Balaam è costretto da Dio a testimoniare in favore di Israele. Persino quando Balaam è intenzionato a disubbidire alle istruzioni divine, il suo mulo non glielo permette. Alla fine Balaam si rende conto di non avere davanti un quadrupede, bensì l’angelo del Signore che lo stava riprendendo e indirizzando a testimoniare al re pagano il giudizio di Dio su Moab e il favore verso Israele. È forse la sottoscrizione di un trattato di pace fra Yhwh e la religione pagana? Possiamo sostenere che Balaam sia un seguace fedele di Yhwh, pur restando formalmente nel paganesimo? Rispetta il Dio vero, affermando che il Signore gli aveva parlato (Nu 22:8) e che non poteva trasgredire il suo ordine (Nu 22:18), eppure la Bibbia lo giudica come un profeta falso (Nu 31:16) perché aveva istigato Israele ad agire infedelmente verso Yhwh. È un opportunista autocompiacente che cercava di trarre vantaggio dalla propria disubbidienza a Dio (2 P 2:15; Gd 11). Giuda l’accomuna a Caino e Core; mi auguro non sia la compagnia ricercata dagli aderenti ai Movimenti. Curiosamente, nella tradizione antica c’è solo Origene che conferisce alla vita di Balaam un taglio positivo, considerandolo un antenato dei Magi. Per contro, la maggior parte delle interpretazioni cristiane lo identifica come il precursore dei libertini e nicolaiti. (32) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Philip J. Budd (1984). Numbers (272f). WBC Waco, TX: Word. See also Dennis R. Cole (2000). Numbers (367). NAC Nashville, TN: B & H. >> Non v’è dubbio che lo scopo principale di Numeri 22 sia di celebrare con chiarezza l’inabilità delle nazioni di ostacolare i disegni divini attuati attraverso Israele, più che dimostrare qualche strana approvazione della religione di Balaam. Tutto ciò che traspare nel libro dei Numeri discende dalle promesse di Dio ad Abraamo.

Una vicenda veterotestamentaria preferita dai promotori dei Movimenti è quella di Naaman e il tempio di Rimmon (2 R 5). La questione, come suggerito dai Movimenti, è forse che si possa e dovrebbe adorare il Dio trino e vero dall’interno della propria religione estranea all’Alleanza? Il contesto della vicenda milita immediatamente contro tale lettura. Più che incentrarsi su un Dio generoso che incoraggia Naaman a restare nel paganesimo, il contesto si occupa della prostituzione seriale di Israele con gli dèi pagani. L’incredulità di Israele si mette a confronto con la fedeltà al patto del Dio che essi ignorano. Naaman abbraccia inequivocabilmente la fede nel Dio dell’Alleanza, per cui sappiamo che non è un sincretista. Non sta chiedendo il permesso di adorare Rimmon, ma sembra chiedere il permesso di entrare nel tempio come alto ufficiale del suo re. (33) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Richard Nelson (1987). First and Second Kings (179). Louisville, KY: John Knox. >> Nel passo in oggetto, il Signore parla effettivamente alle nazioni, ma con un risvolto: affrancherà le nazioni dalla schiavitù del peccato, arrecando il trionfo – vale a dire lo shalom – sulle relative conseguenze. In questo senso Eliseo manda Naaman come avanguardia in territorio nemico, certo di sapere che Dio è con lui. Il contesto aiuta a spiegare il: “Va in pace”, del profeta. Dio non sta dando l’approvazione al fatto che Naaman resterà nel paganesimo; l’ufficiale chiede il perdono, sapendo che probabilmente non tornerà mai in Israele. Riconosce che non avrà alcuna opportunità di adorare in una comunità dell’Alleanza: si trova in una situazione delicata e ha una coscienza sensibile. Come puntualizza Paul Hause: “Eliseo decide di non colpevolizzare ulteriormente Naaman, date le sue circostanze”. (34) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Paul R. House (2002). 1, 2 Kings. NAC (electronic ed.). Nashville, TN: B & H. Cited in John Span, “God Saves . . . Go in Peace: Wholeness Affirmed or Promotion Piece?” SFM 6(1): 219. >> Stando a Gary Corwin, la vicenda è più emblematica di un principio consolidato all’interno delle comunità di convertiti non-C5: ci si aspetta tempo e alcuni compromessi nella transizione verso un’identità nuova che si collochi al di fuori dell’Islam. L’autore peraltro rileva come la comunità di quanti “restano dentro” ignori l’aspettativa divina di riverenza esclusiva interiore quanto esteriore. (35) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Gary Corwin, “A Humble Appeal to C5/Insider Movement Muslim Ministry Advocates to Consider Ten Questions” IJFM 24(1): 16. >> Omettere questo elemento vitale del contesto ne altera tutta la direzione.

Che dire dei marinai in preghiera durante la disubbidienza di Giona? Forse il Signore stava approvando la loro fede genuina? Sappiamo che temevano Yhwh e lo invocano perché non li punisse per i peccati del profeta. Lo gettano in mare, la tempesta si calma, e offrono un sacrificio al Signore e fanno dei voti. Higgins teorizza che quei marinai avessero una relazione personale con Dio. Si tratta forse di religiosi dalla cittadinanza doppia? Piuttosto che leggere fra le righe, consideriamo i fatti. Le loro azioni dimostrano che sono religiosi, in quanto credono nell’esistenza di Yhwh, il Dio potente di Giona. “Ciò non implica che all’improvviso fossero diventati monoteisti. Nulla nel passo lo indica; tutt’al più lo avevano aggiunto al numero degli dèi cui offrivano sacrifici”. (36) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA <<Bill Nikides, “A Response to Kevin Higgins’s ‘Inside What?’” SFM 5(4). >>

Spostandoci nel Nuovo Testamento, che dire del concilio di Gerusalemme e i Gentili? Chi sono i partecipanti che prendono le decisioni? Qual è la posta principale in gioco? Si trattava fondamentalmente di un aspetto connesso alla contestualizzazione, o domina qualcos’altro? Come retroterra, cogliamo qualcosa dell’identità dei protagonisti quando leggiamo Atti 15 e conseguenze: la visita di Pietro a Cornelio; la convinzione dell’apostolo che Dio aveva ridefinito il suo popolo includendo i Gentili; l’episodio, riportato nei Galati, che descrive quanti si opponevano a che i Gentili fossero inclusi senza esigere la loro circoncisione. Il gruppo citato in Galati non era formato da credenti di retroterra farisaico, come li definisce Brian K. Petersen con un’espressione curiosamente anacronistica, né “credenti giudaici”; queste etichette sono ricorrenti nella letteratura di molti promotori dei Movimenti, che in tal modo oscurano il senso della vicenda. Paolo li chiama semplicemente: “ … quelli della circoncisione” (Tt 1:10), perché collocavano l’essenza della fede nella circoncisione anziché in Cristo. Promuovevano la circoncisione come un fondamento, o condizione di salvezza. L’osservazione di John Stott è a tono: “”. (37) << ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA DA RICERCARE NELLA TRADUZIONE ITALIANA >> In altri termini, procedevano a ritroso, spingendo addirittura Cristo a sviare da sé e additare una realtà più eccelsa: la salvezza nell’identità dell’Alleanza insita nell’Israele di Dio visibile, fisica e materiale. In questo schema, Gesù facilitava l’ingresso dei Gentili nella nazione giudaica realizzata. Il concilio di Gerusalemme bolla tutto ciò come rinuncia alla fede autentica, e non una sua mera espressione di osservanza della Torah. Si trattava, per dirla tutta, di una religione falsa, un vicolo cieco, una contraffazione, per di più fatale. Paolo li condanna non come credenti deboli, bensì: “ … intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi …” (Ga 2:4). (38) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Ronald Y.K. Fung (1988). The Epistle to the Galatians (93f). Grand Rapids, MI: William B. Eerdmans >>Erano fratelli falsi, diversi da come apparivano, intenti segretamente a distruggere l’opera del Vangelo e farlo in modo intenzionale. Il loro frutto era l’eresia. (39) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Timothy George, (1994). Galatians. NAC Nashville, TN: B & H. >> Queste persone fecero maturare la decisione gloriosa della chiesa intera, e profeticamente adempiuta: ammettere i credenti Gentili col battesimo, senza circoncisione. L’unico requisito aggiuntivo sono quattro proibizioni giudaiche, associate probabilmente alla pratica religiosa pagana, analogo a quanto Paolo comunica ai Corinzi. (40) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << David Peterson (2009). The Acts of the Apostles (433) PNTCS Grand Rapids, MI: Eerdmans. Peterson cita Witherington a conferma. >>

La decisione cairotica di quel concilio non è scaturita da un dibattito interno fra credenti autentici circa tattiche di contestualizzazione; quell’incontro e la Pentecoste sono momenti chiave nell’universalizzazione del Vangelo. Il fiore era sbocciato. Si stabilisce inoltre che la proclamazione del Vangelo da parte dell’unica, visibile, unita famiglia di Dio nell’Alleanza, ne definirebbe la missione; il principio fondante stesso per l’ecumenismo. Timothy George sintetizza il punto: “Paolo non intende collaborare con fratelli falsi, malgrado si identificassero come cristiani, perché la loro posizione teologica era antitetica al messaggio evangelico stesso”. (41) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << George, Galatians 167. >> A proposito del concilio di Gerusalemme, Timothy Wiarda pone due interrogativi diagnostici. Primo, fino a che punto i partecipanti al dibattito considerano la circoncisione e la Legge Mosaica come questioni di cultura? Secondo, la decisione teologica del concilio è considerata universale (applicabile a tutti, Giudei e Gentili) o locale (limitata a una comunità culturale)? In risposta al primo quesito, la circoncisione era strettamente connessa alla nazione giudaica e la relazione col loro Dio del patto. La circoncisione non era tanto un indicatore di confine etnico quanto un segno storico e sigillo di benedizioni promesse che si trovavano esclusivamente all’interno di quella Alleanza. Era considerato quindi redentivo, una questione di vita o di morte. Circa il secondo quesito, il fatto che Pietro definisca la Legge come: “… un giogo che né i padri nostri né noi siamo stati in grado di portare” (At 15:10), suggerisce che il dibattito non era principalmente inteso a sviluppare una teologia locale culturalmente specifica o di usanza. Siamo lontanissimi dal dibattito puramente culturale e contestuale propugnato dai Movimenti, né ci viene fornito uno schema a tagliere per la diversità, che includa le religioni mondiali. Si tratta piuttosto della proclamazione della salvezza di Cristo, mediante la sola fede, esclusivamente in un popolo, secondo le Scritture. La decisione del concilio di Gerusalemme non autorizza le persone ad amare Gesù e restare nelle proprie religioni estranee alla Bibbia. Per di più, constatiamo un’ironia suprema. Citando il passo degli Atti, i Movimenti scelgono un brano che mostra l’impegno della chiesa a rimuovere le barriere, non a fini di contestualizzazione nell’ambito delle religioni, bensì per favorire la comunione. Lo trovo ironico perché la metodologia dei Movimenti erige barriere che impediscono la comunione.

Che dire del discorso di Paolo in Atti 17? Dimostra forse che Dio getti ponti evangelici utilizzando materiale pagano? Si asserisce forse che i pagani conoscano realmente Dio, pur in modo imperfetto? Si può usare legittimamente come giustificativo per usare il Corano a spiegazione di Cristo? Higgins sembra credere che l’apostolo citi i filosofi Gentili come approvazione tacita della loro fede genuina, avvalorando così la permanenza nell’Islam dei musulmani messianici. Pur proclamando la discendenza universale del genere umano, Paolo procede con l’annuncio del giudizio basato sulla relazione col Cristo risorto. Non sta usando il riferimento alla filosofia greca come un’accettazione della religione estranea all’Alleanza, o per affermare che si può essere salvati indipendentemente dall’affiliazione religiosa, bensì ricorre chiaramente a un riferimento locale per comunicare la pretesa esclusiva del Vangelo. E ci riesce! I suoi interlocutori lo comprendono bene, e lo sappiamo perché reagiscono con derisione o interesse sincero. Al sentire della risurrezione dai morti, alcuni se la ridono mentre altri affermano: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta” (At 17:32). La religione o la filosofia greca non poteva mai condurre alla salvezza. Aveva imboccato la strada sbagliata. Anziché lasciare quei pagani sulla via della perdizione, l’apostolo li intercetta al crocevia, cercando di persuaderli a imboccare la via della vita. (42) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Si veda Nikides, “A Response” 109-110. >>

Il cane silente nella notte.

Al termine del breve romanzo “Silver Blaze”, si chiede a Sherlock Holmes come abbia risolto il caso apparentemente insolubile di un cavallo scomparso. Il detective replica che l’abbaiare di un cane aveva smascherato il criminale. All’osservazione del Dott. Watson circa l’inesistenza di un cane che abbaiava, Holmes risponde che proprio l’assenza dell’abbaio del cane nella notte gli aveva fornito l’indizio per svelare il mistero. Non si era convinto da quanto aveva visto o udito, bensì da ciò che non aveva ascoltato. In modo analogo, anche noi dobbiamo prendere nota dei passi omessi nei tentativi dei Movimenti di giustificare le loro percezioni.

Malgrado sia caratteristico di quanti di noi sono coinvolti nella missiologia disputare sull’interpretazione dei brani avanzati dai promotori dei Movimenti a sostegno delle proprie posizioni, il dibattito spesso svia la nostra attenzione dai passi che vengono omessi. Gli aderenti ai Movimenti potrebbero ritenerla un’esigenza eccessiva, visto che la Bibbia affronta innumerevoli tematiche e non c’è modo di armonizzare un’idea con tutta la rivelazione. L’osservazione è vera, ma del tutto non necessaria. Ritengo ci siano molti passi, trascurati, che incidono direttamente sulla questione. Nel caso desideriamo seriamente accertare se i Movimenti siano o meno un costrutto giustificabile biblicamente, è necessario esaminare molti più brani di quelli proposti dagli aderenti. Chi di noi scrive di teologia, studi biblici e missiologia, sa che il giudizio di credibilità accademica si basa sulla nostra obiettività ed equità. Per riuscirvi, dobbiamo considerare le tematiche da più angolature, incluso il punto di vista dei nostri critici e i brani che possono militare contro le nostre posizioni. Questa è un’omissione seria e forse grossolana della letteratura pro-Movimenti. Dovremmo udire cani che abbaiano, ma non accade. Ciò dovrebbe allertarci.

Quali sono alcuni di questi quadrupedi silenti? Includono passi e traiettorie che reinseriscono le narrazioni isolate nella prospettiva più ampia. Se la Bibbia è realmente una vicenda unica, e non tanto una collezione di idee frammentate presentate da teologi liberali, allora dovrebbe presentare delle tematiche che unifichino in un’unica narrazione tutte le altre, un fiume da tutti i suoi affluenti. Non è forse la redenzione in Cristo il grande schema che unisce le vicende? Questa tematica domina sia Atti 15 sia Giovanni 4. Possiamo credere seriamente che la comprensione interculturale della religione sia intesa come il cuore di questi passi? Non è forse la storia della redenzione il quadro più ampio e chiaro? In modo analogo, la mia indagine della letteratura dei Movimenti attesta un’assenza quasi completa di brani pertinenti allo strumento riconosciuto in entrambi i Testamenti come veicolo della verità al mondo: il concetto dell’Alleanza.

A mio modo di vedere, l’assenza del concetto del patto è fatale ai Movimenti, in quanto soggiace al grosso dell’interpretazione erronea dei passi scritturali. Il motivo per cui i promotori dei Movimenti credono che il libro degli Atti definisca il popolo di Dio come trascendente l’Israele storico in forza di una dinamica inter-culturale (permettendo ai musulmani di restarne invischiati) sta nell’incapacità di cogliere l’Alleanza come il paradigma di fondo della Scrittura. A questo si somma il fatto di disdegnare quei brani che affrontano il peccato serio dell’idolatria. Come mai la Bibbia si dilunga alquanto sull’idolatria, da Genesi ad Apocalisse? Leggetela. Non è tanto perché le persone sono un po’ ignoranti circa Dio, quanto perché sono create a immagine di Dio, ma cadute in peccato. Essendo a immagine di Dio, realizzano artefatti. E poiché il Dio trino è relazionale, lo siamo anche noi e lo riflettiamo reciprocamente. Tutto ciò lo compiamo come peccatori caduti. Di conseguenza, realizziamo artefatti che tuttavia sono inanimati e non arrecano la gloria al “Dio che è là”, per dirla con Francis Schaeffer.

Siamo così esperti a forgiare contraffazioni che necessitiamo di una rivelazione diretta dal Signore per distoglierci dal nostro impulso di sviare da lui. Nella Bibbia ciò assume la forma dell’Alleanza, che delinea l’unico modo autentico in cui ci si possa relazionare con Dio e, per mezzo di lui, gli uni con gli altri. Di frequente, quando riflettiamo e parliamo dei Movimenti, ci riferiamo alla religione falsa e all’iniquità come espressioni estreme. I nostri antenati nella chiesa primitiva hanno molto da insegnarci. Si rendevano conto, meglio di noi, come le idee sbagliate siano maggiormente dannose quando assomigliano molto a quelle giuste. La chiesa delle origini le riconosceva come “angeli di luce” ideologici, non da intrattenere dialetticamente, bensì da rigettare. Dovevano essere rifiutate, non perché prive di verità, ma perché noi peccatori ci avvinghiamo agli elementi falsi che corrompono la nostra fede, un po’ come i frammenti della religione pagana cananea che alla fine avevano corrotto Israele. I nostri antenati nella fede sapevano inoltre che le idee eccelse possiedono un fattore centrale; gli aspetti periferici possono apparire validi e familiari, ma al fondo si trattava di realtà inique e ingannevoli. La Bibbia è la vicenda della verità in un popolo, una famiglia e la sua relazione con Dio. Tale relazione ha preservato la verità da un mondo di contraffazioni e indicazioni rivolte alla destinazione errata. Dio ha pertanto raccolto un popolo per sé, una famiglia che ha scelto di amare e, nella pienezza dei tempi, l’ha condotta al culmine: Gesù Cristo, nostro Signore. Sarebbe già stato sufficiente, ma Dio even trumped himself: nella pienezza dei tempi ha ampliato la propria famiglia a tal punto da ammantare tutto il mondo. Questo è il concetto dell’Alleanza alla luce della risurrezione, e non collima coi Movimenti e le loro narrazioni frammentate. Ecco perché il mio desiderio vivo in questa diatriba non è di offrire un ramoscello d’ulivo alle persone con le quali sono in disaccordo, bensì di invitarli a identificarsi pienamente con la famiglia visibile di Dio, il suo ulivo, il suo popolo, la chiesa di Gesù Cristo.

I difensori dei Movimenti sottolineano le vicende bibliche che suggeriscono l’operato divino fra le nazioni, ma sorvolano sul grosso delle Scritture che equiparano la religione estranea al patto col deserto, l’esilio, la morte, e non con la luce. Il loro può essere il risultato di una teologia inclusiva delle religioni, a sua volta conseguenza di una lettura della Bibbia a frammenti più che nella sua interezza. I Gentili sono indubbiamente onorati nella Scrittura: Raab si schiera col popolo scelto del Signore, ma diviene una di loro, adottata nell’Alleanza. I Giudei fanno fatica con l’idea che la terra, la Legge e la loro etnia non erano i trofei indicati dal patto; si trattava di cartelli indicatori che andavano oltre di essi, rivolti alla signoria di Cristo e la loro partecipazione nella famiglia globale unita in lui. Il punto d’arrivo non era la Legge, ma la vita eterna in Cristo come parte della sua famiglia risorta, rinnovata e ricreata. L’errore dei giudaizzanti era di concentrarsi sui mezzi (l’Alleanza e le sue forme esteriori) anziché il fine (unione con Cristo come parte del suo corpo). Questa famiglia è ciò che i nostri antenati definivano la chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica. È Una, perché solo Gesù ha un corpo unico, un fatto che ricordiamo a ogni celebrazione della Cena del Signore; è Santa perché è una famiglia distinta da tutte le altre nell’autoidentità dell’Alleanza, nell’etica e nella relazione esclusiva col Capo famiglia; è Cattolica perché si è estesa nel tempo e in tutto il mondo; è Apostolica perché ha trasmesso le parole di vita, rivelate in modo esclusivamente divino, dal proprio Salvatore al mondo, senza aggiunte o sottrazioni. Apprezzo il modo in cui l’esprime Tom Wright. Nella Bibbia canonica cristiana c’è un’unica narrazione di fondo che muove dalla creazione alla nuova creazione. Il grosso della vicenda ruota attorno alle circostanze di una sola famiglia mediorientale. È descritta come il popolo attraverso il quale il Dio creatore agirà per salvare tutto il mondo. La scelta di questa famiglia specifica non implica che il creatore abbia perso interesse negli altri esseri umani o nel cosmo in generale; al contrario, proprio perché desidera relazionarsi coi propri disegni attivi e salvifici, ha scelto inizialmente quella famiglia. (43) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << N.T. Wright, “The Book and the Story.” In The Bible in TransMission (Summer 1997). https://www.biblesociety.org.uk/products/295/49/summer_1997_the_book_and_the_story/ (consultato il 25/3/2011). >>

Questo, a mio avviso, rimarca la questione di fondo circa l’ermeneutica scadente dei Movimenti. Riflettendoci, penso che due fattori spieghino sia la cristallizzazione della loro metodologia sia la convulsione con la quale trattano le Scritture: il primo è l’immediatezza dell’esperienza personale che cambia la vita; il secondo è l’interazione dei Movimenti con i concetti popolari di missiologia, scienze sociali in generale, storia e teologia. In sostanza, i Movimenti sono la mescola dell’esperienza religiosa personale priva di mediazioni e di idee contemporanee. A scanso di equivoci, entrambi i poli di opinione gravitano attorno a questi due fattori. Non è semplicemente questione di un gruppo aperto e l’altro chiuso alle idee, oppure di usare la Bibbia e pregare o meno, o ancora di credenti che ricercano la pace, malgrado da entrambi i lati esista abbastanza iniquità da fornirci probabilmente molto di cui ravvederci. La diatriba vede persone intelligenti e creative abbondare in entrambi gli schieramenti. Le osservazioni non sono mai sintomatiche di povertà intellettiva. Il fondo di questa apparente palude, credo sia esegetica, ermeneutica e teologica. Le esperienze personali e osservazioni reciproche non possono aiutarci né ostacolarci a sufficienza da risolvere la disputa. Il mio appello è di sederci attorno a un tavolo, ma non in circoli esclusivi per tentare una risoluzione – per quanto ciò possa avvenire per migliorare le relazioni, sempre che non ci distolga dal fine più ampio. Le nostre divergenze sono fondamentalmente teologiche e dottrinali, a prescindere dalla nostra comprensione dei motivi o le circostanze che le hanno poste in essere. La chiesa delle origini ha stabilito uno schema per queste difficoltà, come abbiamo visto in Atti e successivamente nel primo periodo della patristica. Parti diverse della chiesa visibile si sono riunite per dibattere e decidere in sessioni aperte su questioni dottrinali chiave. Leggete i resoconti forniti dai testimoni di questi incontri. Certo, non si è trattato di situazioni conviviali, ma si sono concentrati su un esame attento della Parola. Hanno affrontato il modo di leggere, comprendere e applicare i passi biblici al ministero. Non lasciatevi ingannare da Adolf Harnack o da altri storici modernisti: questi incontri non sono stati delle tragedie dominate dalla filosofia, per raccontare il trionfo delle idee greche sulla rivelazione ebraica. Si è trattato di colloqui seri (nel senso più pregnante del termine) saturati dalla Scrittura. Non so ai giorni nostri cosa potrebbe assomigliarvi. Non abbiamo alcun Imperatore a fare da moderatore e siamo figli del nostro passato, cioè il risultato di divorzi o separazioni di natura teologica. Rappresentiamo una frattura del corpo – triste a dirsi per chi, come me, si schiera con la Riforma. Nonostante ciò, dobbiamo concentrarci su questo: “Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti” (Ef 4:4-6).

La visione del mondo biblica non ammette alcuna comprensione della religione come un’espressione culturale, in un certo senso neutrale rispetto alla verità o separata dalla fede e la credenza. Wright mette in luce la differenza fra il mondo della Bibbia e la nostra comprensione della religione: “La metanarrativa biblica sfida la visione del cristianesimo, o del giudaismo biblico, come una ‘religione’ nel senso post-illuministico, e sospetto che molti musulmani, induisti e altri, vogliano fare lo stesso. A fronte del pensiero post-illuministico, per cui la verità risiede nel Deismo e tutte le ‘religioni’ sono esseri umani diversi che esprimono le proprie idee o esperienze dell’unico dio distante e inconoscibile, la maggior parte delle persone o gruppi genuinamente religiosi deve obiettare. Una volta stabilito ciò, è chiaro che se la narrativa biblica è autentica, quella musulmana non lo è, e viceversa; lo stesso vale per l’induismo, il buddismo e così via”. (44) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Wright, “The Book.” n.p. >> È in questa prospettiva che l’omissione dei passi didattici circa l’idolatria balza agli occhi. La loro assenza determina un senso falso del corso della Scrittura, un po’ come le teologie bibliche che si soffermano solo sull’amore divino, trascurando la sua gelosia.

Per quanto riguarda l’uso della Scrittura da parte dei Movimenti, si fa fatica a non cogliere l’esperienza personale che aleggia su tutto il resto. A più riprese ci confrontiamo con la presenza soffocante delle loro convinzioni, non radicate nella Scrittura, bensì nella certezza che l’esperienza dei promotori dei Movimenti sia autentica. Potrei sbagliarmi, ma nei loro scritti si insiste sulla realtà e bontà di quanto osservato sul terreno. L’esposizione di norma sembra fare seguito all’esperienza. I promotori non usano semplicemente la Scrittura per avvalorare le loro metodologie moderne, ma mescolano la Scrittura con la propria esperienza. Di conseguenza, questi Movimenti non sono simili agli esempi biblici, bensì reputati identici. (45) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Si veda Basil Grafas: “Evaluation”. Ridgeway non coglie solo delle similarità fra le narrazioni vetero, neotestamentarie, e quelle dei Movimenti, ma ritiene che tali Movimenti siano esistiti effettivamente, nonostante si tratti di sviluppi moderni. >> Nella sua opera: “To the Muslim I became a Muslim” (Coi musulmani mi sono fatto musulmano), Woodberry scrive: “Se Paolo oggi ricalcasse i suoi viaggi missionari, aggiungerebbe forse: ‘Coi musulmani, mi sono fatto musulmano’”? (46) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << J. Dudley Woodberry, “To the Muslim I Became a Muslim?” IJFM 24(1): 23-7. >> L’autore equipara un musulmano odierno a un Giudeo o Gentile del I secolo. I paragoni non sono approssimativi, ma esatti. Kevin Higgins dichiara: “Ogni avvicinamento a Gesù è in un certo senso un Movimento. Ogni movimento verso Gesù si colloca all’interno di qualche cultura o aspetti della stessa”. (47) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Higgins, “The Key” 156. >> Jameson e Scalevich ci presentano un aderente ai Movimenti, Dawud, in modo curioso, quindi chiedono: “Dawud era un Giudeo del I secolo o un musulmano del XX?”. (48) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA <<Richard Jameson and Nick Scalevich, “First Century Jews and Twentieth Century Muslims” IJFM 17(1): 33. >> Petersen, scrivendo principalmente a proposito dei Movimenti nell’induismo, nel descrivere i giudaizzanti presenti al concilio di Gerusalemme li definisce credenti di retroterra farisaico. (49) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Brian K. Petersen, “The Possibility of a ‘Hindu Christ Follower’: Hans Staffner’s Proposal for the Dual Identity of Disciples of Christ Within High Caste Hindu Communities” IJFM 24(2): 88. >>

Che pensare di tutto ciò? In un certo senso suona bene, perché ci permette di inserire un altro tempo e spazio nella vicenda evangelica; purtroppo, la fusione del passato col presente fa sì che i sostenitori dei Movimenti pongano in essere qualcosa di più rischioso: equiparare il passato al presente. I. Howard Marshall suggerisce di non rendere i due orizzonti così distinti da non poter applicarne la verità alla nostra situazione, ma deve prevalere l’equilibrio. (50) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << I. Howard Marshall, “How Do We Interpret the Bible Today?” Themelios 5(2): 8. >> Le lezioni del passato possono essere applicate a un’altra epoca, ma l’antico giudaismo e la chiesa primitiva non devono trasformarsi in letteratura drammatica che coinvolga Movimenti interni, esterni o di qualsiasi altra categoria di scienze sociali. Sovrastare le voci dell’antichità le mette a tacere; è un errore, perché così facendo neghiamo alla Scrittura il privilegio della distanza e differenza. Quando le addomestichiamo, le Scritture non ci sollecitano più. È irrilevante che i sostenitori dei Movimenti ci ricordino di essere coscienti degli errori in corso d’opera o puntualizzino come ogni comunità sia differente; è irrilevante perché la fusione degli orizzonti temporali vanifica qualsiasi ammissione di errore. Nel momento in cui Abraamo, Gesù, Pietro e Paolo si promuovono come campioni dei Movimenti, qualsiasi scusa lascia il tempo che trova. L’uso smodato della narrazione che fonde gli orizzonti temporali del passo biblico con l’esperienza personale assomiglia a un giustificativo di ministero, più che un tentativo di costruire un suo fondamento scritturale.

Avendo già rimarcato i pericoli nel cercare con insistenza di entrare nel pensiero altrui, mi rendo conto che le mie considerazioni sono un tentativo di analizzare i possibili motivi e visioni del mondo di altre persone. Suggerirei pertanto che i sostenitori dei Movimenti considerino il processo attraverso il quale sono giunti alla loro interpretazione biblica, e non ritengo necessario scusarmi per tale indicazione. Intanto perché scaturisce da una lettura ampia della loro letteratura, per cui qualsiasi mia impressione deriva dalle loro argomentazioni, e in secondo luogo perché so che il boomerang torna indietro. La stessa cautela si applica a noi: esaminiamo i nostri cuori per verificare i motivi delle nostre posizioni. Lasciamo che la Parola e lo Spirito operino in noi per purificarci e colmarci di verità evangelica. Amen.

Miss

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