DOMANDE E RISPOSTE

Avete un amico Abdallah (o Fatima, ecc.) con cui vorreste condividere la vostra fede in Cristo. Tuttavia esitate perché avete sentito dire che i musulmani si oppongono a ciò che i cristiani hanno da dire riguardo a Gesù, oppure perché avete già vissuto un’esperienza negativa in tal senso.

 

Per evitare fraintesi quando parliamo di Gesù coi musulmani, trovo molto utile tenere a mente due cose: ciò che loro credono di Lui, e ciò che loro pensano che noi crediamo di Lui. I musulmani credono alcune cose riguardo a Cristo che potrete identificare senza difficoltà: è nato da una vergine (chiamato perciò Figlio di Maria); ha compiuto molti miracoli “con il consenso di Allah”; ed uno dei titoli attribuitegli è “Parola di Dio”, qualunque cosa voglia dire. Tutto questo deriva direttamente dal Corano, ma allo stesso tempo il Corano nega categoricamente la Sua Deità e la Sua crocifissione.

 

Ciò che loro pensano che noi crediamo di Cristo è una questione più problematica. Per un musulmano, il Corano fa intendere che i cristiani credono che Egli sia un dio, appartenente ad una triade di dei, nato da un’unione fisica tra Dio ed una donna (“Trinità” significherebbe quindi un dio padre, un dio (o dea) madre e un dio bambino). Ne consegue che, quando i cristiani si trovano a condividere la loro fede in Cristo, i musulmani sono inclini ad “intendere” qualcosa di molto diverso da ciò che in effetti si sta comunicando. Chiamate Gesù “Dio” ed essi intenderanno “un dio a fianco di Dio”; chiamatelo “Figlio di Dio” e per loro è dire “Dio si prese una moglie ed ebbe un figlio”(Corano 72:3). È veramente frustrante veder distorcere le proprie parole in questo modo.  E peggio ancora, i musulmani credono di sapere già (dal Corano) in cosa credono i cristiani!

 

Date le circostanze, come si può condividere Cristo con i musulmani? Prima di tutto, stare calmi! Non siate intransigenti; non avete da provare nulla. Ricordate che se i musulmani distorcono la vostra testimonianza di Cristo, è perché Satana ha “accecato le loro menti ” (2 Cor.4:4); soltanto lo Spirito Santo può farsi strada in loro rivelandogli Cristo.

Seconda cosa, abituatevi a scegliere con cura le parole da usare. In generale, evitate termini “pericolosi” come “Figlio di Dio”, almeno finché non sarete in grado di condividere il vero significato di quest’affermazione; non siate comunque evasivi: loro sanno che i cristiani chiamano Gesù “Figlio di Dio”, perciò vi chiederanno se credete veramente a questo.

 

Ecco dove subentra il mio terzo consiglio. È sempre ben chiarire i malintesi confutando l’idea che essi hanno di ciò in cui crediamo: “Nessun cristiano crede che Dio si è preso una moglie ed ha avuto un figlio”. Questo è una blasfemia!

 

Tenete a mente, comunque, che quando tutto è stato detto e fatto, la veduta cristiana di Cristo e la loro saranno sempre agli antipodi. La Bibbia chiama Gesù “Figlio di Dio in senso spirituale per dire che Lui è, in effetti, Dio pur essendo distinto da Dio Padre, ed anche per indicare lo stretto rapporto di collaborazione e la comunione che c’è fra i due. Questo porta ad un quarto consiglio: leggete Matteo o Giovanni insieme al vostro amico facendo domande che sottolineano la vera natura di Gesù.  Per ulteriori chiarimenti, vi consiglio di leggere

“Luce sull’Islam” di Francesco Maggio edito da Patmos (2000, 2008) è in distribuzione nelle librerie evangeliche e da questo stesso sito.

Dr. h.c. Francesco Maggio
Intermediario cross-culturale
Docente
Direttore Discepolato
Ministro del Vangelo
Coordinatore di programma

Forse anche tu, come me, hai avuto difficoltà a comprendere cosa sia a far scattare un musulmano. Nonostante tutti gli aspetti comuni all’Islam e al Cristianesimo, i musulmani sembrano trovarsi su un’altra lunghezza d’onda. Le similitudini sono infatti per lo più solo superficiali: scendendo in profondità siamo diversissimi. La spiegazione di queste risiede, a mio parere, nella visione che i musulmani hanno del mondo.

Troviamo la chiave al modo islamico di vedere il mondo nella stessa parola “Islam”. È un parola araba, un nome verbale il cui significato i musulmani amano dichiarare essere “sottomissione” (infatti, poi, il termine “musulmano” significa “colui che si sottomette”). L’importanza di questo termine risiede nel fatto che, attraverso di esso, il musulmano interpreta quale sia il rapporto di Dio  con l’uomo, dal punto di vista di Dio stesso. La forma verbale è di solito usata per intendere un uomo che, sconfitto, deponga le armi: egli “fa la pace” o “si sottomette”. Lo stesso concetto si può ricavare dai più frequenti sinonimi presenti nel Corano dei termini “Dio” e “uomo”: Rabb (Signore) e ‘abd (schiavo). Cinque volte al giorno il musulmano deve rivolgersi a Dio come “Signore dei mondi”, secondo la formula trovata nella prima sura (n.d.t. “capitolo”) del Corano, e deve prostrarsi a terra come Suo “schiavo”.

 

I cristiani noteranno subito che anche nella Bibbia ci sono importanti riferimenti al concetto di “sottomissione” a Dio (cfr. Giacomo 4:7); esso è in effetti al centro dell’insegnamento di Gesù riguardo all’essere discepoli e riguardo al regno di Dio. Dobbiamo tuttavia specificare che il concetto biblico di sottomissione è ben diverso da quello del Corano. E questo semplicemente perché si basa su presupposti completamente diversi.

 

Per evidenziare alcune delle differenze, notiamo che l’Islam spiega l’attuale separazione dell’uomo da Dio come causata non dalla natura peccaminosa dell’uomo, ma dalla natura trascendentale di Dio. Dio è “del tutto estraneo”, o “del tutto separato, diverso”, e quindi, in generale, è inconoscibile; Egli non si “rivela” agli uomini. In altri termini, la nostra condizione attuale è normale. Gli esseri umani sono, in definitiva, “buoni e puri”, seppure “deboli” e “smemorati” (Nel giardino dell’Eden Adamo si è semplicemente dimenticato il comandamento di Dio). Gli esseri umani peccano, ma hanno la facoltà morale di non farlo, e di compiere, quindi, il Bene. Ciò di cui necessitano è una guida. Questa guida è stata offerta da Dio nel Corano e nelle tradizioni islamiche, che, secondo i musulmani, sono la vera e propria “Legge di Dio”. Il fine di tutto questo era la creazione di un nuovo ordine sociale, basato sulla legge divina. Per il musulmani questo nuovo ordine ha preso vita nel 622 d.C., anno in cui Maometto ha istituito la prima comunità islamica.

 

Per essere esaurienti, si dovrebbero trattare molteplici altri fattori, di carattere sia storico che ideologico. È evidente, però, che il cuore dell’incompatibilità nella visione del mondo tra Islam e Cristianesimo risiede nella visione utopica della natura umana; questa è infatti la sua pietra d’inciampo. Quanto realistica è invece, a confronto, la Bibbia, secondo la quale il problema della separazione non consiste nella trascendenza di Dio, ma nella natura peccaminosa dell’uomo. L’uomo assolutamente non ha una facoltà morale che lo renda capace di non peccare: egli è schiavo del peccato. Una semplice “guida” non è sufficiente a trasformale l’essere umano in una creatura sottomessa. Il messaggio della Bibbia è che solamente Dio può attuare una trasformazione di questo genere! Egli lo ha già fatto attraverso Gesù Cristo (Romani 8:3-4).

 

“Luce sull’Islam” di Francesco Maggio edito da Patmos (2000, 2008) è in distribuzione nelle librerie evangeliche e da questo stesso sito.

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I cristiani sono spesso presi alla sprovvista dalle obiezioni dei musulmani perché non sono abituati a sentirle. Ad esempio, i musulmani affermano di “credere in tutti i profeti e in tutte le Scritture”, ma quando li sfidiamo a leggere la Bibbia, oppure ci appelliamo all’autorità biblica, cercano di dissuadervi dicendo che ”ebrei e cristiani hanno alterato la Bibbia”. Quando ero un giovane missionario mi appellavo all’evidenza dei manoscritti per provare l’autenticità della Bibbia. Ma questo non sembrava colpirli minimamente.

 

Il primo passo da fare quando si ha a che fare con questo tipo d’obiezione è cercare di capire su che base i musulmani sostengono questa tesi. Tenete a mente che non fanno questo perché hanno studiato la storia del testo della Bibbia, trovandola quindi manchevole; in realtà, per un musulmano, la semplice idea della critica testuale di un “libro rivelato” è assolutamente inconcepibile.

Nessun musulmano oserebbe tentare di studiare il testo del Corano usando i principi della critica testuale.

Essi sostengono che la Bibbia è stata contraffatta perché questo concetto gli è stato insegnato dai loro Ulema (studiosi). E quando leggono la Bibbia, confrontando i suoi insegnamenti con quelli del Corano, (libro che loro affermano provenga direttamente dal cielo), risulta ovvio che, a parte qualche presunta affinità, sono libri molto diversi fra loro.

 

Aggiungendo il fatto che esistono sure coraniche che parlano del “pervertimento” (tahrif) delle scritture precedenti (3:37; oppure 4:46) e il fatto che esistono scritti di alcuni critici occidentali che paiono confermare queste opinioni riguardanti la presunta corruzione dei testi biblici, ed ecco che i musulmani sentono di possedere forti argomentazioni per credere nella contraffazione della Bibbia.

 

Detto per inciso, i passaggi coranici che parlano di “corruzione” non dicono mai che il testo biblico in sé sia stato alterato; quello che in effetti dicono è che alcune persone hanno alterato le Scritture oralmente perché le avrebbero fraintese, per esempio, “con le loro lingue”. La chiara implicazione è che il testo scritto non è stato alterato. Infatti, numerosi brani parlano bene delle Scritture, sostenendo persino che il Corano li conferma (ad es: sura 3:3).

Questa affermazione, tuttavia, costituisce un dilemma per i musulmani: devono credere che la nostra Bibbia attuale sia stata contraffatta, altrimenti devono riconoscere la verità del fatto che il Corano NON conferma le Scritture. O l’uno  o l’altro.

 

Quindi, come bisogna comportarsi di fronte a quest’obiezione? Prima di tutto:stare calmi! Non permettete che queste accuse infondate vi rendano confusi. Prima di tutto è importante che ribadiate con risolutezza, ogni volta che sarà necessario, che siete assolutamente certi che il testo biblico attuale è conforme a quello dei manoscritti originali. Fate sapere ai musulmani che le loro tesi sono assolutamente infondate; non ci sono altri testi da poter considerare come autentici. È qui che potete introdurre l’evidenza del manoscritto per dimostrare che la nostra Bibbia attuale è la stessa Scrittura dei tempi di Maometto. Ma non vi illudete; i vostri amici musulmani non molleranno facilmente questa loro convinzione.

Se vogliono continuare a credere che il Corano è la Parola di Dio, devono per forza sostenere che la Bibbia che abbiamo è corrotta. Per ulteriore aiuto per poter affrontare questa problematica, consiglio vivamente di leggere un ottimo libro: “Luci sull’Islam” scritto dal Dr. Francesco Maggio e distribuito tramite questo sito.

 

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Dr. h.c. Francesco Maggio
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I cristiani discordano sul fatto se sia buono o meno ricorrere a versetti della religione islamica che hanno analogie con quelli biblici, versi sul tema della redenzione o altri punti di contatti simili, per testimoniare ai musulmani. Una persona mi ha scritto che “attraverso le pagine del Corano, lui è in grado di “richiamare l’attenzione degli amici musulmani sul Salvatore del Mondo”; altri, tuttavia, obiettano dicendo che  non si deve mai far riferimento  al Corano quando si  testimonia ad un  musulmano. Chi ha ragione?

 

La festa della pecora (o festa del Sacrificio) è una di queste analogie. Ogni anno, nel 10° giorno del mese del Pellegrinaggio, i musulmani di tutto il mondo sacrificano una pecora, una mucca o un cammello per commemorare l’evento narrato nella Sura 37:102-107, dove Dio comandò ad Abramo di sacrificare suo figlio, ma all’ultimo momento provvide un animale da sacrificare al suo posto. Il passaggio dice anche (v.107): “Lo abbiamo riscattato con un grande sacrificio”.

Anche noi conosciamo quest’episodio che si trova in Genesi 22. Tenuto conto del rifiuto della crocifissione da parte della religione islamica, e del fatto che i musulmani credono nel Sacrificio Sostitutivo, alcuni cristiani usano questo versetto in occasione della Festa del sacrificio per testimoniare la verità del sacrificio di Cristo, morto al nostro posto.

 

Usare il Corano in questo modo, tuttavia, è una faccenda complicata; tutto dipende da quanto si comprende il punto di contatto, e come questi vengono usati. Alcuni considerano questi passaggi come “momenti della verità” su cui costruire teologicamente; per esempio, affermando che la Sura 37:107 avvalora il concetto del Sacrificio Sostitutivo. Questo NON è il modo di usare queste analogie. Con questo presumono, tra l’altro erroneamente, che termini simili hanno significati simili.

 

Si compromette il vangelo se si tenta di  scorgerlo  all’interno del contesto coranico; questi passaggi contengono invariabilmente delle divergenze che inducono  il musulmano a comprenderli in modo differente. Il Corano, in generale, non testimonia del vangelo, e nemmeno del Sacrificio Sostitutivo in particolare.

 

Per questo motivo, non è saggio cercare di interpretare il Corano per il musulmano. Se volete usare delle analogie in tema di redenzione, state attenti a come lo fate.                         

 

Per esempio, basandovi sul  racconto coranico del sacrificio d’Abramo, chiedete all’amico musulmano di interpretarvi quello che dice il Corano a riguardo, anche del sacrificio d’animali (22:34-37: 108:2). Fate ulteriori domande. Allora sarete nella posizione di condividere l’interpretazione cristiana del racconto  (ma non perdete tempo a discutere se il figlio era Isacco piuttosto che Ismaele, come affermano i musulmani). Prima di tutto, gettate le basi dimostrando il significato particolare del sacrificio di animali nella Bibbia, dopodiché  spiegate come la pecora di Abramo fosse un simbolo del sacrificio ultimo e più grande che Dio un giorno provvederà, cioè“l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giov.1:29). Usate pure delle similitudini sul tema della redenzione, ma traete il vostro messaggio dalla Bibbia, non dal Corano.

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L’opposizione dei musulmani nei confronti del vangelo è proverbiale, così come la persecuzione che si scatena contro qualunque musulmano che osa diventare cristiano. Non si tratta solo di vecchie storie; succede ancora oggi. Alcuni convertiti in Egitto sono stati recentemente imprigionati a causa della loro fede, e l’anno scorso due marocchini cristiani sono morti in circostanze sospette. Eppure, è curioso notare come l’Islam sia sempre stata aperta ad assimilare elementi che sono in evidente conflitto coi suoi stessi principi. Non meno del 70% di tutti i musulmani sono influenzati da credenze e pratiche non ortodosse, conosciute come “Islam popolare” : un musulmano può arrivare perfino ad abbracciare il Marxismo senza che nessuno faccia una piega!

 

Perché, allora, i musulmani sono così intransigenti verso il cristianesimo? Sarà che sono eccezionalmente induriti oppure hanno una resistenza innata nei confronti del vangelo? Oppure la colpa è dei missionari, come direbbe qualcuno, che hanno voluto imporre consuetudini culturali occidentali alle chiese dei nuovi convertiti?

 

Qui sono implicati una serie di fattori; l’opposizione islamica al vangelo non si può attribuire ad una singola causa. Inoltre, il vangelo, per sua natura, è opposta ad ogni altra soluzione religiosa al problema dell’uomo, perché sono tutte soluzioni fondamentalmente umanistiche.  Si può comunque puntualizzare un fattore che si potrebbe definire “primario”: la natura ideologica della società islamica.

 

La società islamica  si definisce ideologica in quanto ritiene che la comunità musulmana esiste per portare ogni aspetto di vita, sia individuale che collettiva, a sottomettersi alla volontà di Dio – come stabilisce la legge islamica. Per realizzare quest’ideale ci deve essere uno Stato Islamico con settori esecutivi, legislativi e giudiziari rigorosamente “islamici”. Ecco cos’è che rende la società islamica diversa dalle nostre società pluralistiche occidentali.

 

Un tale approccio, però, ha un problema intrinseco che è sconosciuto alle società pluralistiche: che misure bisogna adottare nei confronti di persone, come per esempio i cristiani, che non condividono l’idea della maggioranza?  La legge islamica contempla una serie di provvedimenti che aiutano a farci un’idea dell’opposizione musulmana nel corso dei secoli. Vediamo alcuni punti principali: c’è il sistema “Dhimmi” che segrega i non musulmani, come i cristiani, in ghetti; affermano che così sono “protetti” ma in realtà ne fanno soltanto dei cittadini di seconda classe.” Similmente, la legge islamica prevede che un “apostata” di sesso maschile, che non ritratta entro un periodo di tempo opportuno, sia messo a morte, con la confisca delle sue proprietà. Le donne “apostate” vengono imprigionate finché non ritrattano. Anche il matrimonio, in questo frangente, può essere dichiarato nullo. Prese tutte insieme, queste misure innalzano una barriera enorme contro quei musulmani che prendono una seria decisione per Cristo. E in più, sollevano un altro problema per le chiese, soprattutto quelle composte da nuovi convertiti dall’Islam: con ostacoli di questo genere, come devono relazionarsi con la società musulmana? Ma questa è un’altra faccenda.

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Tutti i musulmani in tutto il mondo confessano la medesima fede. Che si tratti di Sunniti o Shiiti, che vivano in Marocco, Turchia, Bangladesh o in occidente, tutti quanti si attengono ai sei Articoli Fondamentali di Fede. Questo definisce ciò che credono i musulmani a proposito di Allah, dei Suoi Angeli, i Suoi Libri, i Suoi Messaggeri, l’Ultimo Giorno ed i Suoi Decreti. (Varie  fonti autorevoli elencano solo i primi cinque, ma la maggioranza ne elenca sei).

 

Sembrerebbe tutto così chiaro e semplice. Gli apologisti musulmani, naturalmente, ci vorrebbero far credere che una tale semplicità e unanimità rappresenti un punto a loro favore in confronto alle dispute dottrinali e la disunione che hanno travagliato il cristianesimo nei secoli. Ma si tratta solo di una parte del soggetto in questione; un’altra parte  è costituita dal fatto che la teologia musulmana è rimasta sostanzialmente immutata sin dai tempi dei grandi teologi del Medioevo. Da allora, c’è stata pochissima riflessione teologica originale, tra l’altro preziosa, paragonabile a ciò che i cristiani chiamano “teologia”. Questo non vuol dire che non ci sono stati da allora pensatori originali nell’Islam; è che l’energia intellettuale creativa dei musulmani è andata alla ricerca di altre cose all’infuori della teologia! Quindi, come stanno esattamente le cose?

 

A pensarci bene, ci sono anche alti aspetti della dottrina islamica che lasciano perplessi. Per esempio, come mai ci sono soltanto sei Articoli di Fede e niente più, soprattutto quando mancano aspetti fondamentali dell’insegnamento coranico? Perché non c’è nulla che esprima il punto di vista islamico sull’Uomo o sul concetto di Comunità? Questi elementi sono importanti  per la fede islamica almeno quanto i sei Articoli.

 

La riposta a queste domande è in realtà piuttosto semplice, ma anche totalmente estranea a tutto ciò che noi cristiani conosciamo. Per comprendere la fede professata dai musulmani, dobbiamo tenere a mente che per l’Islam la fede assume un significato diverso da quello che è per noi. Ciò  è dovuto al fatto che l’Islam è orientato verso la legge, mentre il cristianesimo è orientato verso la Grazia.

 

Il credo musulmano contiene sei articoli e niente più, non perché questi particolari articoli ricoprono tutto ciò in cui credono i musulmani, ma perché sono costretti a crederci, come stabilito (secondo loro) da Allah nel Corano. (ved. Sura 4:136).

 

La riflessione teologica nell’Islam è rimasta immutata perché, per i musulmani, la Legge e la teoria legali sono più importanti della dottrina: gli Articoli di Fede sono in realtà un preambolo della Legge. Tutto questo influisce sul vero significato della parola fede: è definita in termini di sottomissione alla Legge di Allah anziché della fedeltà di Allah al Suo patto. Ne consegue che le rispettive fedi dei musulmani e dei cristiani appaiono simili a prima vista, ma sotto sotto sono completamente diverse.

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L’Islam, senza dubbio, comparve sulla scena circa cinque secoli dopo che fu scritto l’ultimo libro della Bibbia; pertanto non contiene nulla che riguardi l’Islam in quanto tale. Ma la sua prospettiva profetica potrebbe racchiudere qualche indicazione a riguardo? Di sicuro, da lungo tempo i musulmani sostengono di aver trovato profezie di Maometto in alcuni passaggi biblici. Ma agli occhi dello studente scrupoloso della Bibbia, tuttavia, risulta oltremodo palese che tali interpretazioni sono frutto di pura fantasia.

Sebbene non ci preoccupano più di tanto, dobbiamo seriamente tener presenti queste dichiarazioni quando ci troviamo a parlare con un musulmano.

 

Uno dei passaggi più interessanti che i cristiani spesso collegano all’Islam si trova in Genesi 17 dove Dio, in risposta alla supplica di Abrahamo di includere Ismaele nella promessa del patto, specifica inequivocabilmente che  la promessa si estende solamente ad Isacco ed i suoi discendenti. Nonostante ciò, Dio promette di benedire Ismaele facendolo diventare padre di “12 principi” e ”una grande nazione” (versetto 20).

I cristiani cercano spesso di collegare erroneamente questa promessa all’Islam; alcuni addirittura ipotizzano che l’Islam potrebbe esserne l’adempimento. Comunque sia, sembra chiaro che la Bibbia considera la promessa come già adempiuta al tempo in cui fu scritto Genesi 25:13-18; i dodici figli di Ismaele erano diventati “principi tribali” ed una grande nazione, a giudicare dall’area in cui si erano stabiliti.

 

Il passaggio che io ritengo sia la chiave per la prospettiva biblica sull’Islam è Galati 4:21:31(Nuovo Testamento).

E’ interessante notare che, pur guardando anch’esso indietro a Ismaele, allo stesso tempo ignora completamente la promessa in Genesi 17:20. Il suo approccio consiste piuttosto nel prendere Ismaele ed Isacco con le rispettive madri come esempi di due sistemi religiosi contrapposti – legge e grazia. Osservate quanto segue:

 

Agar = concubina, schiava

Ismaele = generato secondo la carne


L’Antico Patto = schiavitù

Monte Sinai, la Gerusalemme presente

 La Gerusalemme celeste

 Seguaci del Giudaismo = schiavi = non eredi

 

 

 

Sara = moglie, donna libera

Isacco = nascita soprannaturale, figlio della promessa.

IL Nuovo Patto = libertà

Seguaci di Cristo = liberati dalla schiavitù = figli della promessa e eredi.

 

 

 

Le analogie tra i fatti di cui sopra che riguardano Agar e le origini dell’Islam sono notevoli.

Ismaele, il figlio che Abrahamo ebbe dalla schiava, potrebbe (anche se è impossibile dimostrarlo) essere un antenato di Maometto, come sostengono erroneamente i musulmani. E il tema della schiavitù è al centro dell’ideale islamico sulla relazione Allah-uomo: Allah è “Signore” e l’uomo è il Suo schiavo.

Ma ciò che colpisce di più è il collegamento della “presente città di Gerusalemme ed i suoi figli” con Agar invece che con Sara. Il contesto fa capire chiaramente che viene fatto riferimento ad un sistema religioso- legalismo farisaico – e non al gruppo etnico.

 

 Il fatto che il Giudaismo sia una delle fonti della legge islamica è un fatto storico accertato! Quello che il passaggio sta dicendo è che il Giudaismo ha rinunciato all’eredità di Sara – libertà per mezzo del Messia – in favore dell’eredità d’Ismaele (e l’Islam) – schiavitù sotto la legge religiosa. Quindi, tutto considerato, questo passaggio è indicativo per qualsiasi  valutazione teologica cristiana dell’Islam.

 

Grazie fin qui per averci letto.

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Il Corano è la “Sacra Scrittura” di Maometto. Per il musulmano esso rappresenta, un po’ come la Bibbia per il cristiano, la “Parola di Dio” vera e propria, con l’obbligo di studiarla e obbedire ad essa. Fu rivelata a Maometto durante un periodo di 23 anni, tra il 610 d.c. e il 632, data della sua morte, e si presume che il testo sia stato ultimato dopo innumerevoli edizioni arabe, intorno al 1923 d.c (XX secolo).

 

Rivelato e scritto in arabo, il Corano è leggermente più lungo del Nuovo Testamento ed è diviso in 114 Sure (o capitoli) che variano moltissimo in lunghezza, e in 6239 versetti.

 

Per il musulmano, il Corano è il libro inciso su una “tavola” in cielo, e che è stato “mandato giù” (nazil) al profeta, un versetto per volta. Per questo il musulmano reputa il Corano un “libro divino”, l’autentica ed eterna “Parola di Allah” che esisteva già in cielo prima di essere trascritta in un libro terreno.

 

Dato che si tratta della “Parola di Allah”, i musulmani citano molto spesso il Corano durante le loro preghiere liturgiche. Inoltre, trattano il testo con molto rispetto (dobbiamo quindi stare molto attenti a come maneggiamo la Bibbia alla presenza di musulmani, per esempio, non poggiandola a terra). I musulmani pregano in arabo, convinti che, se il Corano è la Parola di Allah, allora l’arabo deve essere il “linguaggio del cielo”.

 

Nel testimoniare ai musulmani, è importante che il cristiano tenga a mente che il Corano non è un complemento alla Bibbia. È vero che si collega spesso ad episodi ed avvenimenti biblici (anche apocrifi) e dichiara  di “confermare” la Torah, i Salmi ed il Vangelo, chiamato “scrittura”. Tuttavia, inculca al musulmano molti concetti sbagliati, per quanto riguarda gli insegnamenti della Bibbia, ed è decisamente in conflitto con la Fede cristiana. Senza averla nemmeno letta, molti musulmani ritengono di saperne di più di un cristiano su ciò che la Bibbia insegna.

 

I concetti errati che ha il Corano riguardo alla Bibbia sono un grosso ostacolo alla testimonianza cristiana. I servi di Dio che lavorano tra i musulmani hanno bisogno di aiuto soprannaturale per poter confutare queste dottrine errate e le contraddizioni; pregate per loro affinché possano “proclamare il Vangelo con franchezza”. (Col. 4:4)

 

 

Grazie per averci letto fin qui.

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Nel mondo musulmano il Natale non viene celebrato collettivamente, eccetto nelle comunità cristiane minoritarie in Medio Oriente. In Nord Africa non si festeggia affatto. Per un cristiano occidentale che abita lì, l’assenza di immagini, suoni e consuetudini tipicamente natalizie, che fanno parte della nostra cultura, si fa sentire parecchio e può essere addirittura deprimente.

 

Esci per le strade e vai per negozi e non vedi nessun’ albero di Natale o decorazioni. Entri nelle case il giorno di Natale ma non mangi un pranzo natalizio né ascolti un racconto di Natale, a meno che non vai a casa di uno dei pochi cristiani del luogo. Accendi la TV o la radio ma non trovi nessun programma natalizio e pochissimi, o addirittura nessun segnale che indichi che siamo a Natale.

Nessuna “atmosfera o spirito del Natale”.

 

Non è che i musulmani non sappiano cosa sia il Natale. Per esempio, in Nord Africa viene comunemente considerata una festività pagana “europea”. Agli occhi di molti si tratta di una grande festa dove si mangia molto, si beve (ubriacandosi) e così via – molto simile alla festa pagana che era all’origine, ai tempi dell’antica Roma.

Però il messaggio biblico dell’Incarnazione, che i cristiani affermano essere il vero significato del Natale, viene rifiutato.

 

È importante notare come la nascita di Cristo sia effettivamente riportata nel Corano, alla sura 19:16-35. Alcuni fatti sono gli stessi ma è importante notare che la storia è stata totalmente distorta. L’angelo comunica alla vergine Maria “che darà alla luce un figlio “puro” come segno per gli uomini e una grazia da parte nostra.”

Lei si ritira in un luogo desertico per partorire da sola sotto una palma e in seguito ritorna al suo popolo con il bambino. Quando la rimproverano, credendo che abbia messo alla luce un figlio di fornicazione, Gesù/Isa dalla culla parla intellegibile in difesa di sua madre e auto-proclamandosi profeta. Il passaggio termina denunciando la dottrina cristiana dell’Incarnazione, travisato in termini politeistici  assai grossolani: 

“Tale è Gesù, figlio di Maria, l’affermazione della verità su cui essi disputano. Non si addice a Allah procreare un figlio; sia gloria a Lui. Quando Egli stabilisce una questione basta che dica “sia fatto” e la cosa è fatta.”

 

Quindi, anche se i musulmani riconoscono la nascita miracolosa di Cristo come nato da una vergine, essi non festeggiano il Natale perché il Corano ha frainteso  l’Incarnazione. Ma la speranza di salvazione che solo il Cristo Incarnato può dare è quello di cui hanno bisogno. Forse questo messaggio potrebbe essere trasmesso meglio se noi cristiani facessimo a meno delle trappole superficiali che il Natale implica, (per quanto innocui possano sembrare), e far sì che il Natale  rappresenti piuttosto un ‘occasione per lodare e ringraziare Dio per questo Suo “dono ineffabile”.

Grazie per averci letto fin qui.

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Nel Corano ricorre circa trenta volte l’esortazione ai fedeli di “combattere alla maniera di Allah”. La parola araba qui tradotta con “combattere” significa anche Jihad o “Guerra Santa”. Il significato principale è “sforzarsi “o “lottare”. Ma cosa significa  “combattere alla maniera di Allah?”

E come si relaziona al terrorismo che il mondo musulmano sta introducendo sempre di più in occidente?

 

I vari pareri riguardo alla Jihad differiscono considerevolmente a seconda di chi parla. Per alcuni occidentali, il termine richiama alla mente visioni di feroce guerrieri musulmani che costringono anime sventurate a diventare musulmani sotto la minaccia di morte a fil di spada.

 

All’estremo opposto troviamo degli apologisti musulmani che sostengono che i musulmani si sono assoldati alla Jihad soltanto per legittima difesa. Poi ci sono coloro che contemplano la Jihad solamente uno sforzo personale teso a a ricercare la santificazione. Sì, la santificazione!

 

La definizione che ne dà uno scrittore musulmano molto conosciuto è probabilmente quella che, tra tutte, è la più vicina al pensiero fondamentale: per lui la Jihad significa “arrendere le vostre proprietà e voi stessi nella via di Allah (fi-sabilallah), il cui proposito in cambio è di “istituire la preghiera, dare la zakat (elemosina), instillare il bene e proibire il male”, ovvero, istituire l’ordine socio-morale islamico”. Secondo lui, è storicamente “inaccettabile” spiegare la Jihad “ solamente in termini di difesa”.

 

La Jihad implica tre concezioni:

 

  1. lo sforzo personale del musulmano per vivere conforme alla legge;
  2. l’azione sociale con l’intento di adempiere gli ideali islamici
  3. e l’azione militare per proteggere ed espandere la comunità islamica.

L’Islam non è stato propagato di norma “con la spada”, nel senso di costringere con la forza le persone a convertirsi all’Islam, eccetto che in alcuni Paesi islamici. Nei  paesi dove il controllo politico musulmano veniva esercitato militarmente, gli abitanti, in generale, erano liberi di scegliere, e l’Islam fu adottato gradualmente (per la legge islamica, tuttavia, non esiste l’uguaglianza tra non musulmani e musulmani). In ogni caso, la maggior parte delle scuole giudicano la Jihad in termini di azione militare collettiva e non di impegno individuale. Così come per i recenti episodi di terrorismo, sarebbe un errore metterli semplicemente sullo stesso piano della Jihad. Indubbiamente, certe lotte sono considerate  “Guerra Santa”: ne abbiamo un esempio palese sotto gli occhi, coi palestinesi che si sono alzati in difesa della propria patria. Ma anche qui  vi sono molti altri fattori in ballo, incluso un forte elemento rivoluzionario marxista.

 

Innanzi tutto, questi avvenimenti esprimono una tremenda egemonia nei confronti dell’occidente. Abbiamo sistematicamente parteggiato per Israele (dagli arabi considerato il “tiranno”) ed ignorato il grido degli oppressi (i palestinesi) che reclamavano giustizia. Questi fatti si possono considerare un tentativo per costringerci a prestare ascolto.

 

Nota:11.01

Al tempo in cui fu scritto quest’articolo, gli atti di terrorismo a cui si fa riferimento erano poco rilevanti e quindi non sarebbero stati considerati Jihad. Per quanto ne sappia io la Jihad deve essere dichiarata legittima e vincolante per i musulmani soltanto da parte di un’autorità legale riconosciuta, come un Mufti o un Qadi.

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Si tratta di una domanda che i musulmani fanno spesso,e dato che le visioni del mondo sono ardentemente in contrasto, è una domanda  che anche i cristiani dovrebbero porsi.

Per il musulmano, Maometto rappresenta l’ultimo dei Messaggeri di Allah; è chiamato “il Sigillo dei Profeti”. Nato intorno al 570 D.C, nella città della Mecca, Maometto ebbe una specie di esperienza teopatica all’età di 40 anni, quando ricevette la sua prima “rivelazione”; questo segnò l’inizio della sua “missione”.

Alla  sua morte, avvenuta ventitré anni più tardi, lasciò diverse “rivelazioni” che  compongono il libro conosciuto come il Corano, e una corte di seguaci religiosi che credevano in lui come profeta e nel suo libro, che per loro era l’autentica Parola di Allah.  Oggi, i suoi seguaci sono almeno 1,6 miliardo, una forza imponente nel mondo.

 

Quando i musulmani vi chiedono cosa ne pensate di Maometto, sicuramente, non sarebbe male  riconoscere la sua grandezza come riformatore e le sue ragguardevoli conquiste. Era riuscito a far abbandonare, in parte, l’idolatria al suo popolo; a rimediare ai molti mali sociali del suo tempo; riunì gli arabi e fece di loro un gran popolo. Si potrebbe perfino giudicare come buoni certi decreti ed insegnamenti del Corano.  

 

Quello che il musulmano sta chiedendo, comunque, è se voi accettate o meno il fatto che Maometto sia un vero profeta. Negli anni passati, anche se le motivazioni differivano molto, i cristiani, all’unanimità, risposero negativamente a questa domanda.  Tuttavia, oggi alcuni cristiani sono desiderosi di dare una risposta positiva sulla base di fatti comprovati, sempre se i musulmani vi riescano.

 

Di certo, il cristiano dovrebbe evitare di usare un linguaggio offensivo in rispetto di Maometto. Ma possiamo riconoscere sinceramente i suoi attributi di profeta senza compromettere la vera natura del vangelo? Se, come ci indica l’Epistola agli Ebrei (1.2), Dio non parla più attraverso i profeti, perché in sta scritto: “in questi ultimi giorni Dio ha parlato a noi mediante il suo Figliuolo, ch’Egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale pure ha creato i mondi”.  La Parola ha posto fine al susseguirsi di altri profeti.

È possibile che in seguito  possa spuntare un altro profeta ancora?

Sul soggetto in questione, in quanto vasto e delicato, consigliamo di consultare libri in circolazione nelle librerie evangeliche. I libri consigliati sono “Luci sull’Islam” (CLC).

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L’atteggiamento dei Musulmani verso la Bibbia è a dir poco enigmatico. Da una parte, il Corano parla bene della Taurat (Torah), dello “Zabur” (I Salmi) e dell’Injil (Il Vangelo), reputandole Scritture rivelate rispettivamente a Mosè, Davide e Gesù. Il Corano li definisce  “I libri di Dio”, e li descrive come un “segno”, una”luce”, una “guida”  o una “grazia”; inoltre esorta i musulmani a leggerli e vivere in conformità ai principi contenuti ivi. I musulmani quindi dichiarano di credere in “tutti i profeti e in tutte le Scritture”.

Allo stesso tempo, tuttavia, rigettano la Bibbia considerandola priva di validità ed inattendibile. I musulmani spiegano quest’incongruenza sostenendo che la Bibbia attuale non è la stessa Scrittura di cui parla il Corano; affermano che il testo è stato talmente manipolato e contraffatto   che le Scritture conformi agli originali sono da ritenersi perdute e non più consultabili.

Come possono i musulmani fare tali affermazioni di fronte all’evidenza che le cose non stanno così? Per cominciare, diranno che il Corano stesso afferma che la Bibbia è stata corrotta.

Ci sono, in effetti, alcuni brani che accusano i Giudei di Medina dei tempi di Maometto di avere “contraffatto le loro Scritture”, anche se alcuni commentatori musulmani non si trovano d’accordo nemmeno tra di loro su cosa s’intendesse dire con queste parole appena citati. Molti commentatori del passato ritenevano che i Giudei non avevano alterato ma soltanto citato oralmente erroneamente il testo biblico.

In ogni caso, si può tranquillamente affermare che questi versetti non sono il vero motivo per cui i musulmani mettono in dubbio l’attendibilità della Bibbia, e che i musulmani non hanno nemmeno studiato l’evidenza del manoscritto per i testi dell’Antico e Nuovo Testamento, oppure i principi di “critica testuale” per riscontrarvi prove di corruzione del testo.

Il vero motivo per cui i musulmani rigettano la Bibbia è legato al fatto che il Corano li induce ad aspettarsi una “Scrittura” molto diversa da ciò che in realtà si trovano davanti. Ad esempio, il musulmano si aspetta che il vangelo, come il Corano, dovrebbe essere un libro rivelato a Gesù e non un libro che parla della Sua vita. Vincolati come sono alla verità del Corano, l’unica spiegazione di questa discrepanza apparente che accetteranno è quella di credere che il testo biblico debba essere stato manipolato. Malgrado l’evidenza schiacciante che dimostra che la Bibbia non sia stata affatto alterata, pochi musulmani sono disposti ad ammetterlo.

 

Come deve rispondere il cristiano di fronte a tale atteggiamento? In queste circostanze è facile esasperarsi e dire troppo. Bisogna leggere, riflettere, memorizzare e seguire il consiglio che troviamo in 2 Timoteo 2:24:26. Bisogna continuare ad affermare la verità. Tenete in mente che, data l’interpretazione che il Corano dà delle Scritture, ci sarebbero delle conseguenze scioccanti per la fede del musulmano nel caso in cui dovesse ammettere l’autenticità della Bibbia. Esistono degli ottimi libretti a poco prezzo che possono aiutarvi in questo compito apologetico. Rivolgetevi a noi.

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Può darsi che una cara amica (uso il femminile “amica” perché la maggioranza dei casi riguarda le donne) o una parente stia prendendo in considerazione la possibilità di sposarsi con un musulmano. Che cosa le se deve dire, in questo caso? Può darsi che lei abbia già deciso di sposarlo. Lui è così carino e gentile, un vero gentiluomo e una persona colta. Se ne sentono tante di “storie dell’orrore” su questi matrimoni misti, ma di sicuro ci saranno anche delle unioni ben riuscite. È importante comunque che lei comprenda bene ciò che sta per fare.

Dovrebbe, prima di tutto, tenere a mente che, volente o nolente, tutti i matrimoni coi musulmani sono condizionati dalla legge islamica, qualunque sia il paese di residenza. Bisogna ammetterlo: l’Islam non è soltanto una fede; è un modo di vivere governato dalla legge islamica H24.

Il musulmano è obbligato a vivere secondo i valori ed i precetti di questa legge, ovunque risieda. Credetemi, la legislazione concernente il matrimonio e la famiglia è molto ampia, e in base ai parametri occidentali, penalizza molto la donna, soprattutto se non è musulmana.

Posso solo citare alcune informazioni basilari.

La legge islamica, il Corano e gli Hadith considerano la donna assai inferiore all’uomo; è sempre soggetta ad un responsabile di sesso maschile, sia esso il padre, il fratello o il marito. La donna vale la metà di un uomo, quando si tratta di soldi dati per “comprare il silenzio”, eredità o la sua testimonianza in tribunale. Un uomo musulmano può avere fino a quattro mogli. Può sposare una persona non musulmana occidentale, a patto che appartenga al “popolo del Libro” (vale a dire “cristiana” o ebrea), cosa che invece non è possibile per la donna musulmana. I figli nati da un matrimonio misto di questo tipo appartengono come dei  prodotti al marito e devono essere allevati nella fede musulmana (ecco perché una donna musulmana non può sposare un non-musulmano). In sostanza, la donna non ha civilmente e umanamente gli stessi diritti del marito.

 

Noterete che ho focalizzato sul matrimonio in termini della legge islamica, piuttosto che sulle usanze. Le usanze possono variare da paese a paese ma una cosa è certa: qualsiasi musulmano cresciuto in una società musulmana si sentirà più o meno obbligato a contrarre matrimonio in conformità alla legge islamica. Questo è un elemento fondamentale che chiunque intenda sposare un musulmano deve far bene a tenere a mente.

Ecco alcuni suggerimenti pratici che possono essere utili per aiutare la persona a far chiarezza. Prima di tutto, dovrebbe chiedere al pretendente se ha già una moglie al suo paese o da qualche altra parte. Poiché a volte la moglie viene lasciata al paese per varie ragioni, quindi l’uomo ne vuole avere un’altra in questo paese per avere compagnia e fare la sua serva.

 

Ella dovrebbe anche cercare di sapere che cosa si aspetta da lei. Non bisogna ipotizzare nulla! Un collega consiglia di chiedere: che ne sarà dei nostri figli? Devono essere allevati nella fede musulmana? devono essere circoncisi? Sarò libera di portarmeli in chiesa? Potranno decidere per conto loro? Dovrebbe anche chiedere informazioni sulla sua famiglia: che cosa si aspettano da me (e da lui)?

A questo riguardo, è essenziale che, prima del matrimonio, lei si rechi nel paese del pretendente per conoscere in prima persona la famiglia. Dovrebbe sapere che per tradizione, la famiglia musulmana, soprattutto la suocera, esercita un notevole controllo sociale sia sulla moglie che del figlio. Infine, se arriva a sposarsi, sarà meglio che si adegui allo stile di vita musulmano. Non dovrebbe pensare che una volta sposata, potrà cambiare le cose, o, addirittura, di cambiare lui; non ci riuscirà.  Andrà incontro a contrasti e litigi.

E nel caso di un eventuale divorzio, dovrebbe sapere che il paese del marito, trattandosi di un paese islamico, non riconoscerà le sue rivendicazioni sui figli, nemmeno se lei sia musulmana. 

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Sebbene la celebrazione del compleanno di Maometto, chiamato Mawlid an-Nabi, non sia obbligatoria, tuttavia questa è largamente sentita. Si ricorda il dodicesimo giorno del terzo mese del calendario islamico. Ciclicamente può coincidere con l’8 agosto, la festa della Madonna. 

Bisogna ricordare che il calendario lunare islamico “guadagna” ogni anno 11 giorni rispetto al nostro calendario solare, per cui la data, per noi, varia di anno in anno.

 

Fatto curioso, in alcuni paesi, e in particolare in Arabia Saudita, questa festività è in effetti scoraggiata, in quanto è spesso occasione per una venerazione eccessiva del profeta dell’Islam.

In occasione di questa festa si organizzano in genere assemblee in cui sono recitati lunghi brani di poesia in arabo che elogiano il loro profeta, la sua nascita, la sua vita, le sue sofferenze, ecc.

In alcune località si hanno anche processioni notturne accompagnate da torce. Questo genere di venerazione è in conflitto con l’insegnamento islamico contrario all’adorazione dei santi.

 

La venerazione del fondatore dell’Islam è ciononostante fortemente presente nella vita del musulmano. Il calendario islamico ruota infatti in massima parte attorno ad eventi particolari della vita e della missione di Maometto. Oltre al compleanno del Profeta, abbiamo infatti, ad esempio, il Capodanno islamico, chiamato Ras as-Sana. In questa occasione si ricorda un momento tipico della storia dell’Islam: la Hijrah o “emigrazione”. È infatti il giorno in cui Maometto “emigrò/scappò” dalla Mecca a Medina per prendere il controllo della città; qui egli stabilì la prima comunità-stato islamica che crebbe poi fino ad essere una grande potenza politica a livello mondiale.

Un altro evento celebrato dai musulmani è la cosiddetta “Notte del viaggio e dell’ascensione”,

ricordato il 27° giorno del settimo mese del calendario islamico.

Sulla base di un brano coranico molto controverso nella sura (capitolo) 17 (versetto 1), alcuni musulmani/ altri no, credono che Maometto fu trasportato su una qualche bestia alata dalla Mecca fino alla moschea al-Aqsa a Gerusalemme, e poi da lì in paradiso e di nuovo a la Mecca, il tutto in una sola notte. Questa occasione è celebrata con speciali preghiere e con la recitazione di brani del Corano o di poesia celebrativa. C’è poi la cosiddetta “Notte della Potenza”, cioè la notte in cui si crede che Maometto abbia ricevuto la sua prima rivelazione (sura 97:1 ss). Si celebra questa festa il 27° giorno del mese del digiuno detto Ramadan. Anche in questa occasione sono recitate preghiere speciali e sono letti brani mirati del Corano.

La venerazione di Maometto non si limita però solo a queste poche date del calendario. In senso molto realistico essa è una parte fondamentale della vita quotidiana del musulmano. Al musulmano è infatti prescritto di seguire le sue “maniere”, o sunna, in ogni cosa egli faccia. I libri della tradizione, detti Hadith, offrono infiniti dettagli riguardo al suo modo di fare ogni possibile cosa, dalla recitazione delle preghiere rituali, alla pulizia dei denti e di come entrare in bagno. È stato commentato che, nei confronti di uno che essi affermano essere stato soltanto un essere umano, i musulmani hanno una venerazione maggiore rispetto a quella che i cristiani riservano allo stesso Gesù Cristo, da loro considerato Dio incarnato.

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Questo è uno dei tanti argomenti oggetto di controversia e discussione. Ci sono quelli che fanno notare che ambedue le religioni affermano che Dio è Uno, negando gli altri cosiddetti “dei”, e che sia musulmani che cristiani adorano un solo Dio. Essi concludono che “Allah” e “Dio” devono essere la stessa persona. Quest’affermazione sembrerebbe logica ed ineluttabile. Eppure, basta scendere un poco più in profondità per cominciare a domandarsi come sia possibile, per esempio, conciliare la Trinità Biblica con alcuni brani del Corano, come questo:

“O Gente della Scrittura, non eccedete nella vostra religione e non dite su Allah altro che la verità. Il Messia Gesù, figlio di Maria non è altro che un messaggero di Allah, una Sua parola che Egli pose in Maria, uno Spirito da Lui [proveniente]. Credete dunque in Allah e nei Suoi messaggeri. Non dite “Tre”, smettete! Sarà meglio per voi. Invero Allah è un dio unico. Avrebbe un figlio? Gloria a Lui! A Lui appartiene tutto quello che è nei cieli e tutto quello che è sulla terra. Allah è sufficiente come garante.”                               Sura 4: vs171

 

Per questo motivo molti altri (tra cui i musulmani) sono ugualmente irremovibili nell’affermare che l’Allah dell’Islam NON è il Dio della Bibbia.

Chi ha ragione, dunque? Parte del problema è dovuto al fatto che stiamo trattando varie questioni separate ma comunque connesse tra loro, tra l’altro questioni assai complesse. La gente spesso li confonde.

Per esempio, c’è la questione semantica: Cosa significa il termine Allah nel Corano? Un motivo di confusione a questo riguardo consiste nel fatto che ci sono due lati nel significato di “significato”;  da un lato, Allah ha lo stesso significato di Dio in italiano; Egli è l’essere Supremo, il Creatore e così via. Quindi, alcuni concludono che dovremmo usare questo termine quando si testimonia ai musulmani. D’altro canto, tuttavia, altri mettono in evidenza il fatto che il concetto di Dio associato ad Allah nel Corano è molto diverso da quello nella Bibbia: pensano che il termine ha un significato diverso e quindi, nell’usarlo si comunica un concetto errato di Dio.

In entrambi i casi, manca il riconoscimento dei due lati del significato, che i linguisti chiamano significazione (o significato) e valore.

 

Il fatto è che la parola araba “Allah” e quella italiana ”Dio” hanno entrambi lo stesso significato ma prendono valori diversi in contesti religiosi diversi.

 

I cristiani di lingua italiana possono usare il termine “Dio” senza comunicare un concetto errato di Dio, anche se mormoni, musulmani, ecc; lo usano con valori molto diversi. Similmente, gli arabi cristiani e musulmani usano entrambi il termine “Allah”; non esiste un altro termine per dirlo in arabo.

Tutti e due i termini usati per il Creatore sono ugualmente validi per comunicare il punto di vista cristiano di Dio. Come regola generale, tuttavia, quando si parla in italiano si dovrà usare il termine Dio,  perché Allah comunica un concetto sbagliato del Dio Biblico;  non è un termine italiano, e  perché l’islamizzazione comprende islamizzare il nostro modo di parlare in modo filo-islamjico, con il risultato ricercato di confondere la nostra teologia.

Quindi, il vero problema non è soltanto sapere se i due termini hanno lo stesso significato o meno, ma piuttosto, considerato il concetto di Dio associato ad Allah nel Corano, i musulmani alla fine adorano e servono Dio della Bibbia oppure no?

 

Lasciatemi dire innanzitutto che, tenuto conto del rigido monoteismo islamico, credo che si debba riconoscere che i musulmani intendono sinceramente adorare un dio unico, unitario, mentre noi cristiani un Dio unico nella pluralità.

 

 Ma aggiungo subito che, secondo Romani 1:18, dobbiamo anche discernere nel Corano una vera e propria repressione e soppressione della Verità riguardo a Dio – e riguardo all’uomo. Di conseguenza, bisogna dire altresì che c’è una contraddizione ingannevole nel cuore stesso dell’adorazione musulmana; comunque, per quanto benintenzionata possa essere, in ultima analisi essa viene deviata a servizio del nemico delle anime. Non mi piace doverlo dire, ma in tutta franchezza io non posso tacere questo.

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Inizierò con una breve panoramica delle fede e della vita cristiana, spiegando il concetto della Trinità in questo contesto. Bisogna ricordare che, pur apparendo molto simili nelle credenze e le pratiche, in realtà cristiani  e musulmani sono assai diversi, perché motivati da  una visione del mondo in assoluto contrasto l’uno con l’altro.

La fede e la vita dei cristiani si fonda sulla persona di Gesù Cristo e su ciò che Egli ha fatto per noi, sulla Sua vita, i Suoi insegnamenti, la Sua morte e la Sua risurrezione dai morti. Altresì, la parola “cristiano” deriva da “Cristo”, che significa “colui che è unto”. È chiamato Messia, perché fu unto da Dio e inviato sulla terra per salvarci  (Luca 4:18-21). Il concetto chiave della visione del mondo del cristiano che dà conformità al tutto, è il termine “grazia”  (ni ‘mah); si riferisce al favore e l’aiuto immeritato che Dio concede all’uomo, per salvarli dalla morte eterna nell’inferno.

La parola di Dio dice: Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo.” (Giovanni 1:17). E ancora: “Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori.” (Efesini 2:8-9). E poi ancora: “Ma Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” (Romani 5:8)

Gesù insegnò che Dio è un’unica Entità che si rivela in tre persone: Padre, Figlio ( lo stesso Gesù al-Masih) e lo Spirito Santo. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tutt’ uno in un’unica  essenza, con un’unica volontà e piano per l’umanità.  Questa è la dottrina cristiana della Trinità in sintesi. Purtroppo molte persone hanno delle false concezioni riguardo a questa dottrina, quindi, permettetemi di contestarle come segue: per esempio, queste persone presumono che “Trinità” significhi che i cristiani, malgrado  ciò che dicono, credono veramente in tre dei diversi. (dal Corano, “Non dire tre”), e quel che è peggio, questi sarebbero un dio padre, un “dio (o dea) madre (sahiba) e un dio figlio (una specie di sacra famiglia mitologica). Posso assicurarvi che nessun cristiano, qualunque sia la chiesa a cui appartiene, non crede assolutamente ad un’aberrazione tale; la sola idea per noi è blasfema e ne siamo assolutamente contrari. Le persone continuano a ripetere tali obiezioni, tuttavia, ed a congetturare falsità come quella di cui sopra, malgrado le verità che cerchiamo di ribadire. La Bibbia non sta parlando di tre dei, ognuno con una sostanza ed una volontà distinta, ma di una sola entità con tre persone, tre persone di un’unica sostanza, un Dio nella pluralità.

 

Quindi, cosa significa la Trinità? Il  problema qui non è la dottrina in sé, bensì la limitatezza delle nostre menti; la natura di Dio oltrepassa la capacità delle nostre menti di comprendere appieno. La Trinità non si può provare né smentire con la ragione. Contendere dicendo che è “irrazionale e inaccettabile”, significa soltanto giudicare ciò che Dio può o non può essere, commettendo, quindi, blasfemia.

 

Per dirla in breve, non saremo mai in grado di comprendere pienamente la natura di Dio perché è al di fuori della nostra conoscenza, ed anche perché, come “il Padre Nostro che è nei cieli,” (Matteo 6:9), Egli vuole avere una relazione con noi da Padre a figlio.

 

Il Figlio: la Bibbia insegna che, poiché l’umanità non era in grado di salvarsi da solo dalla morte eterna a causa del suo peccato, Dio non si accontentava di “inviare giù” le leggi e le informazioni che lo riguardavano, standosene lontano ed in disparte. Egli “venne giù” nella persona di Gesù Cristo, il Salvatore, per salvare il genere umano. Gesù disse di se stesso: “Poiché anche il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Marco 10:45).

Il Figlio ha comandato di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, non nei nomi.

 

Lo Spirito Santo: Gesù insegnò che, quando una persona riconosce il proprio peccato e chiede a Dio di salvarlo (o salvarla) in virtù della morte di Gesù al posto di lui/lei, lo Spirito Santo viene a vivere con loro e ad aiutarli a vivere per Dio. Ecco un verso fondamentale: “ ma il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.” (Giovanni 14:26)

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Sentiamo spesso i musulmani dire: “I musulmani onorano Gesù più di quanto non facciano i cristiani ”. Per di più, troverete che l’Islam ha una presunta dottrina riguardo Cristo piuttosto ben definita. Questa veduta si basa sul Corano, che parla di Cristo molto più di quanto potreste immaginare. In breve, ecco cosa dice di Gesù Cristo.

 

Per prima cosa, notate i nomi ed i titoli che vengono dati a Gesù nel Corano. Sotto il nome “Isa” o “Isa figlio di Maria”, viene spesso chiamato “Al-Masih (Messia) e citato in alcuni passi come:

 “la Parola di Allah”, la Parola di Verità”, “uno Spirito originato da Lui “, il Messaggero di allah”, il Profeta di Allah” e il “Servo di Allah”.  È perfino descritto come “insigne in questo mondo e nell’altro ed è fra quelli più vicini a Allah“(3:45).

Nel Corano sono scritte molte cose che riguardano Gesù. Per esempio, vi si narra l’episodio dell’angelo che annuncia a Maria che darà alla luce un figlio, oltre alla storia della nascita verginale di Gesù, e gli si attribuiscono vari miracoli (di origine apocrifo). In una parola, il Corano dice molte cose meravigliose di Isa, il Gesù islamico.

Ma che significato hanno queste affermazioni in relazione alla persona ed all’opera di Gesù Cristo? Ecco l’intoppo. Di sicuro non comunicano ad un musulmano ciò che comunicherebbero ad un cristiano, che vede Cristo alla luce dell’insegnamento del Nuovo Testamento. Perché, anche se il Corano parla bene del cristo musulmano e presenta aspetti miracolosi della Sua vita, (come menzionato prima), allo stesso tempo esso nega categoricamente le due dottrine centrali del Nuovo Testamento – la Sua deità e la Sua crocifissione – e fraintende radicalmente i relativi significati?

 

Confrontando ciò che un musulmano percepisce da quanto afferma il Corano riguardo a Cristo, dottrinalmente parlando, con quello che ne percepisce un cristiano dal Nuovo Testamento, emerge un risultato piuttosto discorde. Cristo viene visto come un Profeta ed un Inviato di Allah di “grandezza ineguagliabile” (secondo quanto affermato da uno scrittore musulmano), ma pur sempre un uomo e niente più. Da autore di miracoli straordinari che era, fu sottratto da Allah da una fine prematura, assunto in cielo e (seconde certe tradizioni) ritornerà sulla terra – per morire da musulmano! Lui non è il Salvatore del mondo e non è certamente Dio, tanto meno il “Figlio di Dio”.

 

Che dire allora dell’affermazione secondo cui “i musulmani onorano Gesù molto più di quanto non facciano i cristiani?” Naturalmente non vogliamo immischiarci in discussioni sterili su chi onora di più Cristo, ma non dobbiamo nemmeno sentirci intimiditi. Dobbiamo, prima di tutto, cercare di comprendere come mai sono arrivati ad una tale conclusione. Soprattutto dobbiamo onorare Cristo attraverso una vita che dimostra amore genuino e si pone a servizio di coloro che cercano di dissimulare tali interpretazioni distorte. (I Pietro 3:13-15).

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