NO AL DIALOGO RINUNCIATARIO, SÌ AL CONFRONTO SENZA OSTILITÀ

La questione sta diventando sempre più importante. La presenza di religiosità sempre più diverse pone il problema in termini sempre più urgenti. Nel medesimo tempo in cui si fa strada la necessità del confronto, traspare anche una certa difficoltà all’idea del conflitto. In campo religioso si preferisce fare un’opera di grande rimozione delle differenze. Si diffonde l’idea che il miglior modo per praticare il dialogo consista nell’occultare le opinioni che possono “disturbare” i propri interlocutori. Negli ultimi anni si è fatta strada la volontà di smussare aree di conflittualità teologica fra islam e il cristianesimo biblico.

Il documento “Common Word” (2007) ne è un esempio di primo ordine, dettato, senz’altro da nobili intenti, ma che corre il rischio di compromettere una sana teologia biblica dell’Evangelo, dell’evangelizzazione e della missione. D’altra parte, il solo richiamo alla parola “islam” suscita in molti credenti evangelici una reazione emotiva fatta di diffidenza, se non proprio di ostilità. Sia il compromesso, sia l’ostilità sono sbagliati. La fede evangelica può mantenere le proprie convinzioni senza alimentare pregiudizi negativi.

In questo modo si cerca di rimuovere un ostacolo alla comunicazione. Nel nostro tempo c’è un vero e proprio fanatismo della simulazione. Non è un vero e proprio consenso, ma la tendenza a occultare la diversità. La fiacchezza delle convinzioni sembra favorire un simile atteggiamento. Con il passare del tempo, però, quest’atteggiamento non premia. Diventa sempre più evidente che l’occultamento delle opinioni non è un buon viatico per la relazione. Appena ce n’è l’occasione, quello che è stato nascosto riappare in maniera più o meno esplicita compromettendo le buone intenzioni originarie.

Noi non pratichiamo la strada della simulazione. Abbiamo l’ardire di porci sul terreno del confronto, il coraggio di prendere l’interlocutore per quel che dice di pensare, di confrontarci con esso e, se è il caso, di dissentire. Nessun irenismo o atteggiamento di facciata. Le ragioni sono molteplici.

Il primo passo del dialogo è l’informazione. Inutile rapportarsi a qualcuno di diverso se non si cerca di ascoltare e studiare le sue convinzioni. Qui non si affrontano le dimensioni storiche, sociali, economiche, politiche dell’islam, ma le sue pretese religiose. Siccome l’islam è a tutti gli effetti una religione, bisogna prenderlo sul serio in quanto tale. Bisogna capire quali siano le sue pretese veritative.

Aiuta a rapportarsi all’islam. Per rapportarsi all’islam non basta studiarlo, bisogna penetrarne la dimensione spirituale. La conoscenza formale e libresca non è sufficiente. Il discernimento spirituale esige di più. C’è bisogno di una relazione sul campo. Bisogna investire delle risorse spirituali. Impegnarsi nel penetrare l’interlocutore sul piano spirituale. Bisogna che l’argomentazione sia impregnata di preghiera. Il coraggio non esclude l’umiltà, anzi, la vivifica.

La comprensione e il discernimento non sono il tutto. La vocazione cristiana non si esaurisce con queste dimensioni. Il rischio sarebbe di fermarsi a una scaramuccia verbale. Non ha senso. Sarebbe una polemica sterile e fine a se stessa. Ogni persona ha bisogno di entrare nell’alleanza con Dio. Senza di essa non c’è alcuna salvezza possibile. Per questo bisogna credere che la comprensione dell’islam e la relazione con esso apra scenari ancora più ampi.
Può mettere in discussione presupposti che tutti hanno. Verificare la possibilità di una loro compatibilità con la rivelazione di Dio. Ci auguriamo allora che lo Spirito Santo se ne serva per problematizzare i troppi luoghi comuni e a interrogarci davanti a Dio se si sia nell’alleanza
o fuori di essa.

Sono particolarmente grato al nostro Dio, l’Iddio della Bibbia, che non solo ci ha donato la “sua Parola” in forma scritta, ma che l’ha preservata nei secoli dai tanti personaggi che hanno cercato di eliminarla con tutti i mezzi.

Falliti tutti questi tentativi, ai nostri giorni, c’è chi esercita l’arte ignobile della ricerca cavillosa e del discredito del libro divino. Noi cristiani non ci siamo soffermati su alcuni difetti di forma della Bibbia, ma sulla sua sostanza spirituale e dottrinale. Consapevoli del grande lavoro di copia di ognuno dei 66 libri fatti a mano dagli scribi ebrei e da altri amanuensi, prima dell’invenzione della stampa, la Bibbia è, e rimane, il libro divino, l’infallibile parola di Dio.

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