Avanzamento o ritirata del Vangelo?

Bibbia Teologia

I Movimenti Insiders e i Problemi Ermeneutici

Paolo si farebbe musulmano coi musulmani?    (Georges Houssney)

 

Prof. George Houssney

 Nato e cresciuto in Libano, Georges è noto per la  supervisione della traduzione della Bibbia in arabo e curdo contemporanei. La sua formazione accademica in psicologia, linguistica e studi interculturali ha anche contribuito alla pubblicazione di due testi in arabo e l’avvio di un curriculum autoctono di studio biblico in arabo, in collaborazione con la David C. Cook Foundation. Per oltre trentacinque anni è stato un critico dei Movimenti Insiders nelle loro diverse sfaccettature.


Introduzione.

Prima di scrivere questo capitolo, ho chiesto ad alcune persone: “A chi dobbiamo l’espressione: ‘ … con i Giudei, mi sono fatto giudeo’?”. Senza esitare, tutti mi hanno risposto: “Paolo”. Allora ho aggiunto: “Che altro afferma nello stesso passo?”. La replica è stata all’unisono: “ … con i Greci mi sono fatto greco … ”, quindi le persone più familiari con la Scrittura hanno completato la frase: “ … mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni” (1 Co 9:19-23).

Per anni ho ascoltato queste parole attribuite a Paolo, al punto da essere anch’io indotto a pensare che l’apostolo avesse asserito di essersi fatto “Giudeo coi Giudei” e “Greco con i Greci”. Questi due fraintendimenti popolari hanno contribuito a molte pratiche erronee dei missionari ai musulmani. Alcuni hanno dedotto che diventare musulmano coi musulmani sia la strategia data da Dio per vincere i musulmani. Qualche anno fa, il direttore internazionale di un’agenzia missionaria importante mi ha riferito personalmente che alla domanda: “Lei è musulmano”, in buona coscienza avrebbe risposto affermativamente. La sua spiegazione: “Se per musulmano si intende chi è sottomesso a Dio, allora non c’è dubbio che io lo sia”.

C’è confusione nel campo di missione a causa dell’interpretazione erronea, e relative applicazioni, del passo scritturale di 1 Corinzi 9. Esaminiamolo per capire le parole di Paolo. Applicheremo poi i principi ermeneutici nel tentativo di portare alla luce il suo intento esplicito e implicito. Queste le parole dell’apostolo: “Poiché, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero; con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge, mi sono fatto come uno che è sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo), per guadagnare quelli che sono senza legge. Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli; mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni. E faccio tutto per il vangelo, al fine di esserne partecipe insieme ad altri” (1 Co 9:19-23). La lettura attenta ci permette tre osservazioni di fondo: Paolo non afferma di essere diventato giudeo coi Giudei, bensì: “ … con i Giudei, mi sono fatto giudeo”; non afferma di essere diventato greco coi Greci – non li menziona affatto; parla di quanti sono “sotto la legge” e “senza legge”.

Tre principi.

Si ricorre a tre principi interpretativi per aiutare l’analisi dell’intento originario di questo passo:
il contesto immediato, in cui ogni passo va interpretato. Questo brano andrebbe interpretato alla luce dei tre capitoli che formano l’argomentazione di Paolo sulla questione della libertà di praticare o meno la Legge (1 Co 8 – 10);
il contesto più ampio. Ogni passo va interpretato nel suo contesto più ampio, confrontandolo con altri brani scritturali che affrontano lo stesso argomento;
il contesto biografico. Ogni passo va confrontato con lo stile di vita noto dell’autore. Non gli si può attribuire qualcosa di incoerente col proprio insegnamento e azioni normativi.

Il contesto immediato.

L’ermeneutica ci aiuta a cogliere ogni passo alla luce del proprio contesto. I cinque versetti di 1 Corinzi 9:19-23 non devono essere interpretati a sé stanti perché si collocano al centro di un discorso prolungato che abbraccia l’ottavo, il nono e il decimo capitolo, da considerarsi, unitamente, come il contesto immediato del passo in oggetto. Come un mosaico composto da tanti pezzi, l’insegnamento di Paolo comprende argomentazioni e illustrazioni svariate che portano a una conclusione. Tutto ciò è necessario per individuare il retroterra, il fondamento e i concetti che collimano a formare la conclusione del discorso. Il nostro passo ne costituisce una parte esigua – cinque versetti su un totale di settantatre. L’interpretazione di qualsiasi termine, versetto o del passo intero, deve concordare, e non contraddire, il tema di fondo e relativa conclusione.

Molti promotori dei Movimenti sono ansiosi di trovare un giustificativo biblico alle proprie teorie, e questo passo è stato trattato come una miniera d’oro. Rick Love lo definisce: “La Magna Charta della contestualizzazione”. (1) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Rick Love (2000). Muslims, Magic and the Kingdom of God (50) Pasadena, CA: William Carey Library. >> Conosco molti sostenitori dei Movimenti di persona. Possono essere versati nelle Scritture, ma nella foga di dimostrare la propria posizione, saltano alle conclusioni. È comprensibile in quanto l’apostolo sembra fornire la formula perfetta per relazionarsi con persone di altre culture, tuttavia se esaminiamo il contesto del passo, anziché trattarlo con un’idea preconcetta, scopriremmo un significato completamente diverso. Ciò potrebbe risultare sorprendente a molti dei miei lettori: molti di quanti usano questo passo per sostenere la contestualizzazione, o i Movimenti, si sono avventati su di esso senza troppa considerazione persino del contesto immediato, vale a dire l’ottavo, nono e decimo capitolo.

I credenti possono mangiare cibo offerto agli idoli?

Questo interrogativo è il tema di fondo di tutto il discorso. Paolo lo avvia nell’ottavo capitolo e lo conclude nel decimo. La chiesa a Corinto aveva molti credenti nuovi che provenivano dal paganesimo. L’idolatria era parte della loro cultura e pervadeva la società e l’artigianato. I macellai, commercianti e cuochi locali, erano soliti dedicare la carne alle divinità pagane, il che poneva Giudei e cristiani – tanto di estrazione giudaica quanto pagana – di fronte a scelte complicate. Dove acquistare la carne e quanti scrupoli farsi circa la provenienza? La risposta della chiesa era ambigua. Quanti erano orientati alla grazia sottolineavano la libertà in Cristo e non avevano problemi con questa carne; dall’altra parte c’erano i credenti di provenienza dal giudaesimo che continuavano ad aderire alla Legge di Mosè, quindi orientati a uno stile di vita più disciplinato, una dieta kosher e avversi alla carne sacrificata agli idoli. La problematica provoca divisione nella chiesa, rendendo necessario l’intervento dell’apostolo Paolo che l’aveva fondata, guidata personalmente per diciotto mesi e continuava a curarla attraverso le epistole, visite personali o di suoi rappresentanti.

Il contesto più ampio.

Per interpretare correttamente 1 Corinzi 9:19-23, non dobbiamo considerare solo il suo contesto immediato, ma dovremmo esaminare anche il Libro degli Atti e le altre epistole paoline. Trascurare questi altri testi contribuisce all’interpretazione erronea del passo e relative conclusioni.

“Mi sono fatto giudeo”.

L’introduzione ha menzionato il fraintendimento popolare per cui Paolo ha asserito di essere diventato giudeo coi Giudei. In realtà l’apostolo scrive: “ … mi sono fatto giudeo”. (2) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << 1 Co 9:20 >> È significativo? Senza alcun dubbio. Agli studiosi della Bibbia è ben noto che Paolo avesse cittadinanza doppia; in effetti, era Giudeo e Greco simultaneamente. Perché allora scrivere: “ … mi sono fatto giudeo”? Sta forse rinnegando la propria identità giudaica e asserendo di essere “come un giudeo”, ma non un giudeo autentico? Certo che no. Dev’esserci un’altra spiegazione. L’apostolo aveva due identità: biologicamente parlando, era Giudeo e Greco. Questo dimostra che nel dire: “ … mi sono fatto giudeo”, non sta parlando di identità, bensì di comportamento, nello specifico quello proprio ai Giudei. Ad esempio, era disposto a far circoncidere Timoteo così da evitare un’offesa gratuita ai Giudei.

Il significato del termine.

Che intende Paolo col termine: “Giudeo”, e come lo usa nel contesto più ampio dei suoi scritti? La Bibbia usa spesso termini in più di un’accezione; Paolo ricorre spesso a una terminologia paradossale, oppure semplicemente portatrice di significati diversi. Scrive, ad esempio: “ … infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele” (Ro 9:6). Qui usa il termine: “Israele”, in due sensi: nel primo fa riferimento alla discendenza di Abraamo, passando per Giacobbe (rinominato Israele); il secondo è spirituale. In questo versetto l’apostolo afferma che non tutti i consanguigni di Abraamo sono figli della fede. Altrove elabora il punto: “Giudeo infatti non è colui che è tale all’esterno; e la circoncisione non è quella esterna, nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; di un tale Giudeo la lode proviene non dagli uomini, ma da Dio” (Ro 2:28-29). Qui sta tracciando la distinzione fra un Giudeo etnico (l’identità giudaica fisica ed esteriore) e un Giudeo spirituale (figlio di Dio spiritualmente e interiormente).

Il brano che stiamo analizzando è rivolto ai Corinzi. Aiuterebbe tornare ad Atti 18:1-18, la storia del ministero di Paolo lì, dove ha alloggiato e come ha servito la chiesa per diciotto mesi. Ciò getta luce sul passo dei Corinzi. Come è usato lì il termine: “Giudeo”? “Ora un ebreo di nome Apollo, oriundo di Alessandria, uomo eloquente e versato nelle Scritture, arrivò a Efeso. Egli era stato istruito nella via del Signore; ed essendo fervente di spirito, annunciava e insegnava accuratamente le cose relative a Gesù …” (At 18:24-25). Apollo era un cristiano, eppure negli Atti è chiamato: “… un ebreo”. Più di una volta Paolo si definisce tale: “Io sono un Giudeo di Tarso …” (At 21:39). In entrambi i casi l’apostolo fa riferimento al proprio retroterra e quello di Apollo come Giudei etnici. Perché allora affermare in 1 Corinzi 9 che si era “ … fatto giudeo”? È ovvio che non sta parlando di diventare tale o di assumere l’identità di un giudeo; deve riferirsi al suo atteggiamento verso i Giudei. Dopo la sua conversione, Paolo ha forse continuato a praticare la legge giudaica? Certo che no. Ritenerlo sarebbe una generalizzazione grossolana. Nel passo di Corinzi afferma con chiarezza: “ … (benché io stesso non sia sottoposto alla legge) …”, ma asserisce anche: “ … (pur non essendo senza la legge di Dio …)”. Si sta forse contraddicendo? In situazioni alquanto specifiche, l’apostolo ha ritenuto più opportunistico osservare determinate pratiche giudaiche, così da evitare diatribe inutili coi Giudei. Prendendo in esame tutti i riferimenti a tali pratiche, si nota che riguardano generalmente la circoncisione. Si trattava di una pratica stabilita da Dio, radicata profondamente nella teologia e storia giudaiche. Non implicava alcunché di peccaminoso.

La chiesa non era ancora sicura su come gestirla. Paolo e Barnaba vengono mandati a Gerusalemme per un consulto con gli apostoli, che affermano la loro decisione di non gravare i Greci con regole giudaiche (At 15). È interessante che Paolo torna da Gerusalemme col messaggio che i Greci non necessitavano la circoncisione, eppure decide per la circoncisione di Timoteo: “ … perciò lo prese e lo circoncise a causa dei Giudei che erano in quei luoghi; perché tutti sapevano che il padre di lui era greco” (At 16:3). Pur intento ad annunciare che i Greci non necessitavano di essere circoncisi, fa un’eccezione nel caso di Timoteo, non a causa dei Giudei in generale, bensì di quelli che vivevano in quell’area geografica, che non conoscevano l’apostolo né il suo insegnamento. La decisione della chiesa di Gerusalemme non era stata ancora resa pubblica; l’azione di Paolo serviva a rimuovere una pietra d’inciampo per i Giudei della zona che conoscevano il padre di Timoteo e lo avrebbero quindi respinto se non si fosse circonciso. L’adesione a pratiche giudaiche ammissibili era l’eccezione, non la norma. L’insegnamento di Paolo è inequivocabile attraverso le sue epistole: non vuole che i nuovi credenti – Giudei o Greci che siano – ritornino alla sottomissione alla Legge. A tutti gli effetti, definisce tale sottomissione come maledizione: “Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica» … Così la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede. Ma ora che la fede è venuta, non siamo più sotto precettore …” (Ga 3:10; 24-25); “Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge” (Ga 5:18).

“Quelli che sono sotto la legge”.

A chi fa riferimento l’apostolo? Naturalmente ai Giudei che sono sotto la Legge, com’era il suo caso prima di incontrare Cristo. Come mai allora qui si sta ripetendo? Di sicuro non si tratta di un errore. Paolo distingue intenzionalmente fra l’identità etnica giudaica (“con i Giudei, mi sono fatto …”) e le pratiche religiose (“con quelli che sono sotto la legge”). (3) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << William MacDonald (1989). Believer’s Bible Commentary (1777). Nashville, TN: Thomas Nelson >>. Ciò dimostra che l’intenzione dell’apostolo in questa discussione riguarda l’aderenza alla legge religiosa, non l’etnicità o la cultura, giudaica o greca. Farsi giudeo e comportarsi come se fosse sotto la Legge, non va congegnato nel senso di aver modificato la propria fedeltà in base al contesto o cambiato la propria identità o status religiosi. Come osserva Stern, Paolo si è semplicemente “messo al loro posto … È entrato nelle loro necessità e aspirazioni, punti di forza e debolezze … ha cercato di capire da dove provenissero. In più, si è premurato di non fare nulla che li offendesse” (4) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << David Stern (1992). Jewish New Testament Commentary (462-3). Jewish New Testament Publications >> senza motivo.

“Quelli che sono senza legge”.

Di chi si tratta? Molti l’hanno interpretato come un riferimento ai Greci. Paolo avrebbe potuto benissimo usare l’espressione: “Greco coi Greci”, ma non l’ha fatto. Stava affrontando la questione della Legge, non dell’identità etnica. Voleva aiutare i credenti di fronte al dilemma se mangiare o meno la carne sacrificata agli idoli. Non stava avocando l’adozione dell’identità greca, bensì la sensibilità riguardo alla Legge giudaica. Ecco perché si esprime in termini di Legge e non di fedeltà etnica. L’apostolo era disposto a praticare alcuni aspetti della Legge per evitare di essere una pietra d’inciampo ai Giudei. Con quanti invece erano senza Legge, non reputa necessario snaturarsi per osservare la Legge. Pur ritenendo necessario circoncidere Timoteo (At 16), non circoncide intenzionalmente Tito (Ga 2:3); in questo caso non cerca di farsi giudeo con i Giudei. La differenza tra i due episodi è significativa. Nel caso di Timoteo, i Giudei di quella zona non avevano ancora udito il Vangelo; Paolo è accorto da non suscitare un’offesa inutile. Nel caso di Tito, i Giudei erano insegnanti che indicavano la circoncisione come un’esigenza. MacDonald osserva: “Resosi conto che si trattava di un attacco frontale al Vangelo della grazia di Dio, Paolo ha opposto un rifiuto netto alla circoncisione di Tito”. (5) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << MacDonald, Believer’s Bible 1777 >>

Pietro e la Legge.

Considerando di nuovo il contesto più ampio, occorre bilanciare il passo del “ … con i Giudei, mi sono fatto giudeo”, alla luce dei commenti dell’apostolo nell’Epistola ai Galati: “Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia” (Ga 2:11-13).

Questo è un passo che fa riflettere. Paolo etichetta l’atteggiamento di Pietro come ipocrisia. Cosa non andava? Se Paolo promuoveva l’idea di essere giudei coi Giudei, come mai si risente dall’adesione di Pietro alle loro pratiche? Mangiare con uomini incirconcisi avrebbe chiaramente violato la legge religiosa giudaica. Perché Pietro sbagliava a essere sensibile a “quelli della circoncisione”? Non era forse giudeo coi Giudei e greco coi Greci? Questo passo di Galati dimostra ciò che Paolo non intende nel passo di 1 Corinzi 9:19-23. Di sicuro non intende di essere interamente Greci o Giudei.

Quelli della circoncisione promuovevano un’osservanza stretta della Legge. Erano Giudei cristiani che non si erano affrancati dalle loro pratiche giudaiche. Pietro stava agendo da ipocrita, compromettendo le proprie convinzioni per piacere al gruppo sbagliato. Non possiamo dedurre che Paolo, in 1 Corinzi 9, fece quanto affermò enfaticamente che non avrebbe compiuto in Galati 2, a meno di definirlo un ipocrita. Circoncide Timoteo, ma non Tito. Come mai? Timoteo, come Paolo, era per metà giudeo, per cui l’apostolo “ … lo circoncise a causa dei Giudei che erano in quei luoghi; perché tutti sapevano che il padre di lui era greco” (At 16:3). Paolo sceglie di rimuovere una pietra d’inciampo potenziale che avrebbe causato una controversia inutile fra i Giudei della zona. Circoncidere Timoteo non era un problema perché “ … in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore” (Ga 5:6). Stando all’apostolo, non c’è differenza. Altrove scrive: “La circoncisione non conta nulla, e l’incirconcisione non conta nulla; ma ciò che conta è l’osservanza dei comandamenti di Dio” (1 Co 7:19).

“Con i deboli mi sono fatto debole”.

Che intende Paolo per “debole”? Tornare a 1 Corinzi 8 ci aiuta. L’apostolo usa il termine cinque volte, e in ciascun caso si riferisce a nuovi convertiti che avevano lasciato da poco l’adorazione degli idoli, ma non si erano ancora liberati del tutto dalle pratiche pagane. L’apostolo si fa debole nel senso che si astiene dal mangiare carne per riguardo ad essi, anche se, personalmente, non aveva problemi nel consumarla. L’ottavo capitolo rende inequivocabile che, per Paolo, “mi sono fatto debole” significa non insistere nella propria libertà di conformarsi alla cultura verso la quale sta svolgendo il suo ministero. Si identifica col pensiero del “debole”, come fa coi Greci e i Giudei, e agisce di conseguenza. I credenti “deboli” non possono maneggiare tale libertà quando sono ancora emotivamente legati e vulnerabili al passato. L’apostolo fa molta attenzione a starsene alla larga dalle precedenti pratiche religioso-culturali del “debole”, quando si trova in sua presenza. Analogamente, è chiaro da Galati 2 come “mi sono fatto giudeo” di sicuro non significa conformarsi alla Legge e pratica giudaiche. Pertanto, non è corretto concludere che farsi musulmano coi musulmani significhi indulgere nelle pratiche islamiche.

“Mi sono fatto ogni cosa a tutti”.

Queste parole dell’apostolo sono state citate a sproposito e abusate oltremodo. Paolo intende letteralmente di essersi fatto tutto a tutti? Prostituirsi con le prostitute? Induista con gli induisti? Stregone con gli stregoni? Idolatra con gli idolatri? Certo che no. In questo passo è molto specifico. Quanto scrive non deve essere interpretato al di là dello scopo del contesto del brano. “Mi sono fatto ogni cosa a tutti” è una generalizzazione che mostra il suo cuore: disponibile a rinnegare se stesso e fare qualunque cosa per il bene del Vangelo. Queste parole non vanno intese come se per lui il fine giustificasse i mezzi. Aggiunge infatti una qualifica importante quando scrive: “ … (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo) …”. Significa che ci sono dei limiti alla sua azione: farebbe tutto per Cristo, a condizione di non violarne la legge. Tale asserzione esclude qualsiasi atto che non onori Dio, come quello di diventare una pietra d’inciampo al “debole”. Stiamo parlando più di uno spirito di umiltà desideroso di conquistare i perduti, che diventare tutto a tutti in senso letterale.

Il contesto biografico.

Per cogliere appieno 1 Corinzi 9:19-23, è necessario confrontare gli insegnamenti di Paolo col suo stile di vita, riportato per noi negli Atti e nelle sue epistole. Gli Atti forniscono lo sfondo della vicenda e il contesto geografico delle epistole. Gli scritti sono così interconnessi da poter inserire cronologicamente molte delle epistole negli Atti con un’accuratezza elevata. Dallo stile di vita dell’apostolo possiamo apprendere quattro principi che contribuiscono a delucidare il passo di Corinzi.

L’identità di Paolo era nota a tutti.

Era vero prima, come successivamente all’incontro con Gesù sulla via di Damasco. Prima della conversione era un giudeo etnico: “ … circonciso l’ottavo giorno, della razza d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d’Ebrei; quanto alla legge, fariseo …” (Fl 3:5). La conversione cambia la sua identità primaria da giudeo a “christianos”. Ciascuna delle sue tredici epistole comincia con l’affermazione: “Paolo … apostolo (e/o servo o prigioniero) di Cristo Gesù”. Dichiara inoltre: “ … poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso” (1 Co 2:2); “Infatti non mi vergogno del vangelo …” (Ro 1:16); “Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo …” (Fl 3:8).

Non si ha la sensazione che Paolo stia celando la propria identità o facendo finta di essere chi non sia; non fa propria l’identità dei suoi interlocutori così da confonderli o ingannarli. Si associa completamente e senza equivoci con Cristo e il suo corpo, la chiesa. È parte della sua chiamata: “Ma il Signore gli disse: «Va’, perché egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re, e ai figli d’Israele; perché io gli mostrerò quanto debba soffrire per il mio nome»” (At 9:15-16). Nel Nuovo Testamento si fa un largo uso del “nome” con riferimento a Gesù. Compare quarantuno volte negli Atti e nelle epistole. I Giudei etnici sapevano benissimo che Paolo non era più uno di loro; era diventato membro della “Via”, che inizialmente era determinato a perseguitare e distruggere. I Greci pagani non avevano mai pensato che l’apostolo fosse uno di loro, un greco intruso. Non ascoltano il suo messaggio e concludono: “È uno di noi. Parla come uno dei nostri filosofi”; al contrario, lo considerano “ … essere un predicatore di divinità straniere …” (At 17:18). Gli dicono apertamente: “Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose” (At 17:20). Il messaggio di Paolo non era familiare ai Giudei né ai Greci. Era un messaggio differente, che lascia alcuni degli interlocutori confusi circa la sua proposta, ma non sulla sua identità. Quando alla fine capiscono il senso, molti Giudei e Greci lo contrasteranno con veemenza.

Paolo proclama lo stesso messaggio ai Giudei e ai Greci.

Non modifica il suo messaggio di fondo per adattarsi alle necessità o capricci di quanti lo ascoltano. Una dimostrazione inoppugnabile a sostegno della sua posizione non negoziabile è che: “I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia” (1 Co 1:22-23). L’apostolo sapeva che il suo messaggio era una pietra d’inciampo per i Giudei, eppure non lo annacqua per quieto vivere. Allo stesso modo, sapeva che i Greci consideravano il suo messaggio una follia perché essi esaltavano la ragione, la saggezza e la conoscenza; nonostante ciò, Paolo predica il Vangelo “ … non con sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana …” (1 Co 1:17). Non forgia un messaggio culturalmente sensibile, così da evitare una reazione negativa dagli ascoltatori. Li conosceva bene e sapeva cosa volevano sentirsi dire: “ … non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie …”. (6) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << 2 Ti 4:3 >> L’apostolo non li accontenta.

Come mai non cerca di ammansare gli interlocutori predicando un messaggio culturalmente sensibile che sarebbe stato accolto meglio? Questa la sua risposta: “ … ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini …” (1 Co 1:24-25). Per lui, il Vangelo era un assoluto, immutabile dal contesto. Accomodarlo all’auditorio non ne avrebbe accresciuto l’effetto. La sua missiologia divide gli interlocutori in due gruppi: quanti sono sulla via della perdizione e quanti su quella della salvezza. “Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio …” (1 Co 1:18). Quanti sono chiamati da Dio riconosceranno la sua potenza nel messaggio della croce; quanti sono sulla via della perdizione lo troveranno una pietra d’inciampo, o pazzia, a prescindere dalla bellezza della presentazione. Chi affermerebbe che Paolo non possedesse la cultura e l’eloquenza per attrarre le persone al suo messaggio? Eppure ci tiene a sottolineare: “E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza …” (1 Co 2:1); sapeva che la potenza autentica risiedeva nel messaggio evangelico, non nel metodo espositivo.

In tanti anni, ho sperimentato che quanti sono chiusi al Vangelo non saranno persuasi da argomentazioni o tecniche raffinate; quanti invece sono aperti, tendono a cercare Cristo con un cuore assetato e accedono al regno attraverso una testimonianza semplice. L’apostolo sapeva che tutto dipendeva da Dio, non da noi: “Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere …” (1 Co 3:6).

La franchezza di Paolo spesso gli causa persecuzione.

Una razionale dei Movimenti è di evitare la persecuzione. La conversione è scoraggiata per le ripercussioni negative che potrebbe causare alla famiglia e le relazioni sociali. Paolo non dà l’impressione di essere particolarmente preoccupato circa la propria incolumità o quella dei suoi ascoltatori. Il suo stile, di norma, non è irenico o conciliatorio; al pubblico più ampio, il suo messaggio suona offensivo. Malgrado molti vengano alla fede, altrettanti lo avversano, incluse le guide della comunità che a più riprese lo portano in tribunale. Dietro la sua franchezza c’era una visione di Cristo a incoraggiarlo: “Una notte il Signore disse in visione a Paolo: «Non temere, ma continua a parlare e non tacere …” (At 18:9). Il suo atteggiamento nei confronti del carcere e la sofferenza si esprime così: “Desidero che voi sappiate, fratelli, che quanto mi è accaduto ha piuttosto contribuito al progresso del vangelo …” (Fl 1:12). Nulla lo scoraggiava: “Pregate per tutti i santi, e anche per me, affinché mi sia dato di parlare apertamente per far conoscere con franchezza il mistero del vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, perché lo annunci francamente, come conviene che ne parli …” (Ef 6:18-20).

La missiologia di Paolo puntava chiaramente alla trasformazione.

Le epistole sono ricolme di contrasti fra il vecchio e il nuovo, a ribadire la nostra collocazione nuova in Cristo. Chiunque sia in lui, “ … è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove” (2 Co 5:17). Ecco perché dobbiamo “ … rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità” (Ef 4:24; 2 Co 3:18). Tale trasformazione tocca tutte le culture, al fine di unificare quanti sperimentano la vita nuova in Gesù: “Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato. Qui non c’è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti” (Cl 3:9-11).

La questione culturale.

Paolo comprendeva la cultura pagana. Corinto era una delle città più vibranti nell’antica Grecia. La cultura predominante era pagana, ma esisteva una comunità esigua di Giudei esiliati da Roma (At 18:2). L’apostolo allude all’aspetto culturale dell’idolatria: “ … anzi, alcuni, abituati finora all’idolo, mangiano di quella carne come se fosse una cosa sacrificata a un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata …” (1 Co 8:7). Il termine “abituati” indica che il sacrificio era divenuto una pratica culturale accettata. Quanti esercitavano la propria libertà di consumare carne sacrificata agli idoli, si rendevano occasione di caduta ai deboli di coscienza. I forti reputavano che gli idoli fossero nulla, per cui il sacrificio non comportava alcuna differenza a quanti erano saldi nella fede. Paolo li ammonisce a mostrarsi sensibili verso i deboli di coscienza, spiegando che non si erano completamente affrancati dai lacci delle loro pratiche religiose del passato. Se un credente maturo comincia a esercitare la libertà in Cristo, reputando da nulla la carne sacrificata agli idoli (sappiamo che l’idolo non è nulla), (7) << ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA 1 Co 8:4 >> il fratello debole potrebbe scandalizzarsi facilmente. L’idolo, per il debole, possiede potenza spirituale. Associare la carne con l’adorazione dell’idolo, continua a mettere a repentaglio il cammino del neo convertito. Tutto ciò suona forse come contestualizzazione? Certo che no. In realtà, dimostra come la sensibilità dell’apostolo verso il debole non sia un tentativo di contestualizzare, bensì il contrario. Non sta chiedendo al debole di coscienza di unirsi al forte nella pratica di mangiare carne, bensì l’opposto. Chiede al forte di astenersi; lo scopo è di dare ai convertiti di recente e vulnerabili, la possibilità di superare il fatto di associare la carne con gli idoli. L’apostolo sta quindi incoraggiando una presa di distanza salutare dalle pratiche religiose e culturali del passato, affinché la fedeltà del debole possa orientarsi completamente verso Cristo. Questo contrasta l’idea per cui le adesioni religioso-culturali dovrebbero permanere intatte quando Gesù è introdotto nel contesto.

La questione teologica.

Malgrado in questa problematica vi sia un elemento culturale, la questione soggiacente è teologica: la Legge di Mosè. Al legalismo, Paolo contrappone la libertà in Cristo. Difende il diritto di esercitare la propria libertà nel Signore, eppure sottolinea che essa necessita restrizione per amore di quanti possono soffrire dall’esercizio della nostra libertà. Fa appello alla carità più che la conoscenza (1 Co 8:1-3), alla sensibilità più che la libertà: “Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli” (1 Co 8:9). Käsemann commenta: “Paolo sta illustrando … il principio che la carità pone limiti alla libertà cristiana”. (8) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << Ernst Käsemann, (1969). NT Questions of Today (217-8) (W. J. Montague trans.). Minneapolis, MN: Fortress >>

Che affronta realmente l’apostolo nell’ottavo capitolo di 1 Corinzi? Si preoccupa forse di proteggere le pratiche culturali? Niente affatto. Voleva fare quanto in suo potere per aiutare i nuovi convertiti nella transizione dalle loro concezioni passate circa gli idoli a un modo di pensare e uno stile di vita nuovi. La carne era associata strettamente all’adorazione degli idoli. All’occorrenza, Paolo era pronto a non mangiarne per sempre, in considerazione dei deboli: “Perciò, se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello” (1 Co 8:13). Nel decimo capitolo l’apostolo torna sull’argomento. Questa volta rende ancor più esplicito che i capitoli non riguardano la carne, bensì il significato spirituale di consumare carne sacrificata agli idoli: “Che cosa sto dicendo? Che la carne sacrificata agli idoli sia qualcosa? Che un idolo sia qualcosa? Tutt’altro; io dico che le carni che i pagani sacrificano, le sacrificano ai demòni e non a Dio; ora io non voglio che abbiate comunione con i demòni” (1 Co 10:19-20). È chiaro che il problema sia spirituale. Chi può sindacare l’intento reale dell’insegnamento apostolico in questi tre capitoli? Per la persona informata, gli idoli sono nulla, ma per i pagani sono divinità che Paolo inquadra nella dimensione demoniaca. Si è liberi di consumare carne sacrificata agli idoli pur di non assegnarle una valenza spirituale. Quando però i credenti convertiti di recente mangiano carne sacrificata agli idoli, c’è forse una garanzia che siano a posto? L’apostolo preme il freno e avverte: “Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; voi non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni” (1 Co 10:21). Qui troviamo un insegnamento biblico di fondo circa le pratiche culturali che possiedono un significato spirituale o religioso: non possiamo scindere il secolare dal sacro e il culturale dallo spirituale, senza riguardo alla fratellanza debole di coscienza.

Paolo conclude con queste parole: “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica” (1 Co 10:23). La nostra libertà deve essere esercitata responsabilmente verso quanti non sono del tutto affrancati dal proprio passato. L’apostolo non sta affatto promuovendo la sensibilità culturale, bensì quella spirituale. Il suo insegnamento – ispirato – proibisce azioni che si è liberi di attuare, per riguardo a quanti possono essere danneggiati dall’esercizio della nostra libertà.

Come applicarlo al ministero verso i musulmani?

Se i Greci convertiti erano in difficoltà con la carne sacrificata agli idoli, perché rammentava il passato, quali pratiche associate al proprio passato potrebbero indurre i musulmani convertiti a inciampare? Mi meraviglio di quanti si mostrano così insensibili alla fragilità dei neo convertiti dall’Islam, praticando proprio ciò su cui Paolo ci mette in guardia. Se il suo messaggio a proposito del consumo di carne è chiaro, come mai non risulta altrettanto chiaro che dobbiamo astenerci da altre pratiche potenzialmente dannose ai convertiti di recente? Queste includono la lettura del Corano con musulmani o neo convertiti dall’Islam, frequentare la moschea, usare terminologia e calligrafia islamiche, prostrarsi per pregare, esporre foto di moschee, della Mecca o di altri simboli islamici. Tutto ciò può risvegliare memorie e tentazioni negative per un convertito di recente che sta cercando di rompere col proprio passato.

Alcuni missionari si sentono liberi di andare in moschea, leggere e recitare il Corano, seguire quelle che definiscono: “ … forme culturali islamiche accettabili dal punto di vista biblico”. (9) ATTENZIONE NOTA A FONDO PAGINA << John Travis, “The C1 to C6 Spectrum: A Practical Tool for Defining Six Types of
‘Christ-Centered Communities’ (‘C’) Found in the Muslim Context” EMQ 34(4): 407-408 >> Non è inusuale per alcuni missionari preparare addirittura i pasti iftar (a interruzione del digiuno) per i propri amici musulmani, o recarsi da loro in tali circostanze. Paolo esorterebbe: non fatele, non mettetele di fronte a un neo convertito. La consapevolezza che tali pratiche siano, per voi personalmente, indifferenti, non devono diventare causa d’inciampo per il vostro fratello debole (1 Co 8:11). Voi non siete cresciuti con questi vincoli stringenti e non avete idea delle roccaforti demoniache associate a tali pratiche. Malgrado molti cristiani di retroterra islamico obiettino a tali comportamenti, alcuni missionari purtroppo insistono nel continuare a porli in essere. Ho visto convertiti così feriti e irritati, da rifiutare di credere che quei missionari fossero cristiani autentici; altri hanno ricevuto pressioni dai propri missionari per ritornare alle pratiche islamiche, danneggiando le loro menti e cuori fragili.

Tutto è incentrato sulla gloria di Dio.

L’idea di fondo dell’apostolo è la gloria di Dio. Non gli importava di cosa pensassero di lui, o come si sentissero per il suo messaggio e lo ricevessero: “Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo” (Ga 1:10). La sua attenzione primaria e prevalente era per la gloria di Dio. Conclude il ragionamento dell’ottavo, nono e decimo capitolo di 1 Corinzi, con queste parole: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio” (1 Co 10:31). Paolo sottolinea come tutto ciò che compiamo riguardi Dio, non la cultura o altro: “Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio” (1 Co 10:32). Arricchisce poi la nostra comprensione osservando come la nostra missione riguardi il Signore: “ … al contrario, abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio” (2 Co 4:2).

Non dobbiamo compromettere il messaggio. Dobbiamo lasciare che il Vangelo stesso sia scandalo per i Giudei e pazzia per i Greci, ma noi non dobbiamo essere una pietra d’inciampo o apparire folli per riguardo alla follia. È nostra responsabilità proclamare il Vangelo con chiarezza, facendo attenzione a non scandalizzare alcuno mostrandoci insensibili alla sua debolezza.

Conclusione.

Il punto centrale del discorso che Paolo espone nell’ottavo, nono e decimo capitolo di 1 Corinzi è un’avvertenza a non scandalizzare il fratello debole di coscienza. Centra la questione sul consumo di carne sacrificata agli idoli, istruendo la chiesa al fine di aiutarla a risolvere la confusione causata da questa diatriba. Quelli della circoncisione erano legalisti; non volevano che i nuovi credenti, di retroterra greco, mangiassero carne sacrificata agli idoli perché ciò era in contrasto con la Legge di Dio. Gli altri erano orientati alla grazia; ritenevano che Cristo affrancasse i credenti dal legalismo. A loro dire: “ … (sappiamo che l’idolo non è nulla)” (1 Co 8:4), per cui non v’è alcun significato spirituale nel consumare quella carne. Per l’apostolo, il problema non è con la carne in sé, o l’idolo, bensì col significato spirituale di tale pratica alla coscienza dei fratelli deboli.

La Legge impone di non mangiare carne sacrificata agli idoli; la grazia ci dà la libertà di consumarne in buona coscienza, perché gli idoli sono nulla. Pertanto, se ne mangi con un credente che non conosce la Legge e non si aspetta che tu la osserva, lo puoi fare. Se un fratello di estrazione greca ti informa che quella carne è stata sacrificata agli idoli, allora astieniti (1 Co 10:28). Paolo stabilisce questo punto: ritrarsi dall’esercizio della propria libertà quando può causare inciampo al fratello debole. Ribadisce che i credenti hanno libertà; hanno diritto a certe pratiche, ma se ne astengono per riguardo altrui. Asserisce con enfasi: “Io però non ho fatto alcun uso di questi diritti …” (1 Co 9:15). Di conseguenza, se applichiamo questo principio alle pratiche religiose islamiche, ci asterremo dalla partecipazione con musulmani. Il passo biblico non ci permette di esercitare questa libertà, e ciò per riguardo ai nostri fratelli deboli che si sono convertiti dall’Islam e non ancora del tutto affrancati dal loro passato.

L’insegnamento che traiamo è di doverci mettere nei panni dei nostri ascoltatori, cercando di comprendere la loro mentalità, modo di pensare e come vedono la realtà. Ciò ci conferirà la sensibilità di discernere il comportamento appropriato capace di promuovere, e non ostacolare, il messaggio del Vangelo della grazia che intendiamo proclamare. Il fine è l’avanzamento del Vangelo, non la sua ritirata; portare le persone alla conoscenza salvifica di Cristo. Va fatto con umiltà, senza violare l’integrità del messaggio o le coscienze dei nostri interlocutori.


Photocredit: Best Viewed Large by Emuishere Peliculas (CC BY 4.0).

 

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